A quando gli artifurto sulla pasta
e il pane? La crisi è anche questo
Fino a qualche tempo fa erano applicati a pochi articoli, i più di pregio. Ora sono su prodotti di uso del tutto comune
La crisi economica si vede, si sente, si tocca con mano. Se siamo fortunati e non ci è entrata direttamente in casa (ma chi è così fortunato?), basta aprire la porta e uscire. Non serve essere esperti, studiare rapporti, conoscere dati macroeconomici: per capire in quali difficoltà vivono oggi milioni di italiani, basta semplicemente andare a fare la spesa e guardarsi intorno.
Il primo elemento che salta agli occhi in una qualunque città italiana è la quantità di negozi chiusi: serrande abbassate con sopra il cartello “Affittasi” o “Vendesi”. In compenso, i mercati rionali sono sempre più gremiti di bancarelle, a dimostrazione che per continuare a vendere i propri prodotti molti sono stati costretti a tagliare le spese di bottega e a mettere su un banco per strada. O forse, a diventare ambulanti sono anche quelli che prima facevano un altro lavoro e l’hanno perso.
Secondo Unioncamere, dal 2009 al 2012 le imprese al dettaglio ambulante iscritte ai registri delle Camere di Commercio sono aumentate di 17.458 unità, più del 10% rispetto all’anno di inizio della crisi.
Il settore che ha visto il maggior incremento di bancarelle è quello della bigiotteria (+187% tra il 2009 e il 2012), seguono l’arredamento e i casalinghi (+26%), poi profumi e cosmetici (+22%), calzature e pelletteria (+17%), infine fiori e piante (+15%).
Oltre ai negozi e al mercato, ci sono i supermercati, che potremmo dividere in tre categorie: tra la prima fascia, quella dei più costosi con prodotti di marca (dove con la crisi i soli scaffali vuoti sono quelli delle offerte speciali), e la terza fascia degli hard discount (con marche sconosciute a prezzi stracciati e una frequentazione ora anche di professionisti in giacca e cravatta), c’è una via di mezzo, i grandi supermercati di categoria media. Andando a fare la spesa, ho scoperto una cosa che non avevo mai visto e che mi ha sconvolta. Avete presente quei dispositivi di plastica dura antifurto che si fissano ai prodotti e fanno scattare l’allarme se qualcuno cerca di portarli fuori senza pagare? Fino a qualche tempo fa erano applicati a pochi articoli, i più di pregio e costosi: abbigliamento o champagne, videogiochi, elettronica. Ora sono su un numero ben maggiore di prodotti, di uso del tutto comune e diffuso.
Incredibile ma vero, ho trovato mascherine di plastica trasparente e indistruttibile su: confezioni singole di pinoli, caffè (Lavazza Oro, tra i più cari), tonno, vino, pile, forbici e cesoie, creme antirughe e anticellulite, burro di cacao, deodoranti. Posso capire la bottarga, ma vedere un marchingegno antifurto su una normale scatola di tonno, come fosse un gioiello, fa davvero impressione. E non è finita, perché i due tipi di prodotti dotati di antifurto che mi hanno colpita di più sono: tutti gli adesivi per dentiere e tutto il reparto medicinali. In particolare, oltre ai termometri e ai callifughi, sono considerati a rischio furto i calmanti tipo Valeriana e i ricostituenti ed energetici come vitamine, Ginseng o magnesio e potassio. Questo fa pensare non solo che a improvvisarsi ladri sono fasce di persone in età avanzata, ma che gli effetti della crisi sono anche di indebolimento fisico e psicologico.
L’unica spesa, infatti, che gli italiani non sono stati in grado di tagliare - lo dicono i dati del 2012, cui avevo già dedicato una rubrica - è proprio quella per psicofarmaci. E se mancano i soldi, si ruba, accontentandosi anche della Valeriana.
A quando l’antitaccheggio anche per il pane e la pasta?