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Sembrava un piccolo traffico, del tutto secondario
rispetto a quello scoperto dai magistrati di Cremona e di Piacenza. E invece è
la “porta principale” che usano i “banditi del formaggio” (industriali, società
offshore, intermediari della camorra) per importare in Europa tonnellate su
tonnellate non solo di formaggi avariati o prodotti da una lavorazione di
scarto che non otterrebbero mai le autorizzazioni per circolare nell’Ue, ma
anche di caseina, latte e latte in polvere (non escluso quello cinese alla melamina)
messi in vendita come se fossero stati lavorati in Italia o in Europa, spesso
con i marchi di grandi aziende italiane e europee.
Tutto era partito, una decina di giorni fa, da un
comunicato stampa del ministro Zaia in persona, che neppure immaginava,
probabilmente, che si stava scoperchiando una pentola enorme, che apre invece - sabato mattina su Repubblica - Paolo Berizzi, il giornalista che si era già
occupato dell’inchiesta sui formaggi avariati dei magistrati di Piacenza.
Ma Berizzi, che scrive dal porto spagnolo di Ceuta,
che si rivela un vero e proprio crocevia di questi traffici, non colpisce a
caso. Si serve, infatti, dei dati dell’Olaf (l’Ufficio europeo di lotta alle
frodi) che dimostrano l’esistenza di una truffa gigantesca, che arriva fin
sulle nostre tavole.
La prima notizia sembrava esaurirsi in poche righe di
comunicato e in un elogio del ministro all’Ispettorato e ai carabinieri delle
Politiche agricole.
Leggiamola, ora, con più attenzione: “I carabinieri
che lavorano con il ministero - annunciava il comunicato di Zaia - hanno
smascherato un traffico tra
“Come abbiamo annunciato - continuava il ministro Zaia -
continueremo con controlli a tappeto su tutta la filiera agro-alimentare
per colpire chi mette in pericolo la salute dei cittadini. Per questi criminali
ci sarà tolleranza zero”.
Le indagini dei carabinieri delle Politiche Agricole hanno impedito che
molte tonnellate di formaggi avariati venissero immessi sul mercato.
“Già da tempo impegnati in complesse attività di
controllo nel settore lattiero-caseario, i militari - informava ancora la nota
del ministero - i carabinieri hanno smascherato un’associazione a delinquere.
L’inchiesta ha portato alla denuncia di 16 persone alla Procura di Nocera
Inferiore, all’emissione di tre ordinanze di custodia cautelare ed al sequestro
di 90 tonnellate di prodotti contraffatti. Alcune delle persone indagate
risultano essere legate al mondo della criminalità organizzata”.
Il costante monitoraggio delle importazioni
dall’enclave spagnola ha consentito poi un ulteriore sequestro di migliaia di
chili di formaggi di diverso tipo, che venivano stoccati da un’azienda piacentina.
Quest’ultima acquistava i prodotti dalla Spagna per rivenderli come formaggio
made in Italy ad altre aziende”.
Ma l’Ufficio europeo antifrodi veniva già ringraziato
da Zaia, perché, secondo il suo comunicato, “Fondamentale, nelle operazioni dei
militari del reparto specializzato dell’Arma alle dipendenze funzionali del
Mipaaf, è stato il contributo dell’Olaf, l’Ufficio Europeo per
“A loro - ha concluso Zaia - e ai nostri militari va
il mio plauso per il successo dell’operazione che ha consentito di scoprire un
ignobile traffico di cibi contraffatti o di pessima qualità. Mi auguro che ora
la giustizia faccia rapidamente il suo corso. Chi ha speculato sulla testa dei
consumatori italiani ed europei, chi ha sfruttato l’autorevolezza del marchio
made in Italy e quindi il lavoro di tanti imprenditori onesti, dovrà essere
punito come merita e al più presto”.
Molta enfasi, come si vede, e molte cifre sui
sequestri. Ma la dimensione di quanto emerge ora è impressionante. Secondo
l’articolo di Berizzi, infatti, “migliaia di tonnellate di fornaggio e derivati
lattiero caseari sono importate illegalmente dalla Russia, dalla Bielorussia,
dall’Ucraina, dalla Georgia, dalla Moldavia, dall’India, dalla Cina”.
E “ai vertici della filiera ci sono soprattutto anche
e soprattutto italiani. Imprenditori milionari”, già noti come quelli
individuati nell’inchiesta di Piacenza (Domenico Russo della Tradel di
Casalbutano e Alberto Aiani della Delta di Ponticelli d’Ongina, di cui si
scopre ora il legame con due aziende di Barcellona). Ma, secondo
l’anticipazione di Repubblica, c’è anche “un terzo imprenditore, italianissimo,
a capo di un’industria con sede proprio a Ceuta”.
E dall’inchiesta tornano a spuntare i nomi dei marchi
famosi, italiani ed europei, già coinvolti nelle indagini piacentine. Del resto
la convenienza è grande nell’uso di questi sottoprodotti che finora nessuno ha
controllato. Una tonnellata di formaggio in Russia costa 2.000 euro, a Ceuta
viene rivenduta a 4.000.
Nel porto spagnolo mille chili di caseina cinese
costano 3.500 euro. L’azienda italiana o spagnola a Ceuta li paga 7.000 euro,
ma poi ci guadagna ancora il doppio mettendoci il suo nome e il suo marchio
pregiato e mandandole in giro in supermercati e discount italiani ed europei e
poi sulle nostre tavole.
Se Luca Zaia l’avesse saputo, anziché fare un
semplice comunicato stampa, avrebbe fatto un salto sulla sedia.