Al giorno d’oggi non è facile che un film turco, peraltro della durata di due ore e quaranta, riempia le nostre sale. Specie se fuori c’è un sole cocente e si preferisce trascorrere il tempo libero in spiaggia.
Chi ama il cinema però non può perdersi “C’era una volta in Anatolia”, del regista turco Nuri Bilge Ceylan (“Uzack”, “Il piacere e l’amore”, “Le tre scimmie”), in uscita questo fine settimana.
L’indagine
Presentato l’anno scorso a Cannes, dove ottenne il Grand Prix, ex aequo con “Il ragazzo con la bicicletta” dei fratelli Dardenne, “C’era una volta in Anatolia” racconta principalmente di un’indagine.
Il film comincia che è notte fonda: tre auto viaggiano nella regione centrale della Turchia, l’Anatolia, alla ricerca di qualcosa. All’interno delle auto ci sono un commissario con i suoi poliziotti, un procuratore, un medico e soprattutto un reo confesso, che dovrebbe condurli nel punto esatto dove ha nascosto la persona che ha ucciso.
Qualcosa non torna
Ma qualcosa non torna, ogni curva, ogni gobba di una collina, ogni albero si somigliano troppo, le tre macchine continuano a vagare.
È tempo di una sosta: il gruppo ad un certo punto si ferma a mangiare presso il sindaco di un paesino e poi riprende la ricerca. Finalmente, all’alba, ritrovano il corpo. È legato. Sorgono altre domande: Qual è il movente dell’assassinio? La vittima è stata legata prima di essere uccisa o era già morta prima? L’assassino per il momento tace. Il corpo viene caricato in una delle macchine, deve essere riconosciuto dalla moglie e soprattutto bisognerà effettuare l’autopsia….
Un thriller? No, un film senza etichette
Sebbene la trama possa far pensare ad un thriller, “C’era una volta in Anatolia” sfugge a qualsiasi etichetta, a qualsiasi possibilità di essere catalogato in un genere. Forse è più un cinema intriso di poesia, una riflessione esistenziale amalgamata con la storia di un Paese, la Turchia, immersa nelle sue contraddizioni. Ceylan, senza spiegarci tutto, ci mostra la lotta tra le due anime del suo Paese: una ancora fortemente tradizionalista, e l’altra, più liberale, che guarda all’Europa.
Il gioco di contrasti
Un gioco di contrasti che si riflette anche nelle anime dei personaggi: c’è un poliziotto brutale che fugge dagli affetti famigliari, un medico giovane e promettente ma incapace di accostarsi alla vita con fermezza, un procuratore infallibile che però non ha mai avuto il coraggio di indagare sulla morte annunciata della moglie.
Nel finale, pervaso da un’ironia sottopelle presente in tutto il film, Ceylan chiude perfettamente il cerchio della storia e delle contraddizioni di chi l’ha vissuta.
Forse il futuro è nelle mani del bambino della vittima, che ha ancora tutta la vita davanti e sogna un campo da gioco…
Un film da amare con testa e cuore
Il cinema di Ceylan è fatto di immagini di grande forza espressiva, di riflessione filosofica e sociale, d’introspezione, di attimi memorabili – come l’improvvisa apparizione di una splendida ragazza (la figlia del sindaco) subito dopo un blackout - che sono tali perché hanno in sé un significato più profondo di quello che gli occhi potrebbero percepire.
Sì, non c’è dubbio, per amare questo tipo di film, bisogna in primis amare il cinema e usare, oltre alla vista, anche un po’ di testa e di cuore.
Al cinema anche “Adorabili amiche”
E’ una commedia tutta al femminile quella firmata da Benoît Pétré, “Adorabili amiche”, che vede tra le protagoniste una delle icone del cinema francese: Jane Birkin, compagna storica di Serge Gainsbourg e madre di Charlotte.
Il titolo originale del film di Pétré è “Thelma, Louise e Chantal”, un chiaro riferimento al cult-movie di Ridley Scott e forse pure un’esca per riempire le sale, almeno in Francia, di donne di mezza età in preda a crisi esistenziali.
Le protagoniste
Non sembrano in pace con loro stesse, infatti, Nelly (Jane Birkin), Chantal (Chaterine Jacob) e Gabrielle (Caroline Collier).
La prima è un’approssimata insegnante d’inglese, la seconda è una promoter di cioccolata in un supermercato, la terza una borghese ricchissima ma senza compagno. Un giorno le tre amiche si mettono in viaggio per raggiungere Philippe (Thierry Lhermitte), che in passato ha infiammato i cuori di tutte e tre e che adesso, in preda al suo congenito narcisismo, le ha invitate alle sue nozze con la “simpaticona” Tasha…
Il viaggio è l’occasione giusta per riflettere su ciò che è mancato alle tre donne per essere completamente felici, sempre che alla felicità, oggi come oggi, qualcuno ci creda veramente. Il film sembra dirci che alcuni treni sono già passati, per altri forse c’è ancora tempo. Ma il sapore di certi frutti della vita con l’età cambiano e bisogna accettarlo, almeno nella misura in cui col tempo i facili entusiasmi cedono il passo al disincanto. Tutto vero, ma al di là della pur convincente lezioncina morale, le premesse del film rimangono solo buone premesse.