Da dove può spuntare il coltello
Un ragazzo di buona famiglia squarcia le gomme all'auto del nonno, che detesta per la mentalità e il tratto autoritario. una rabbia antica esplode così.
(14-21/5/2009)
Delia Vaccarello
Amo il silenzio. Anche se mio nonno mi dice sempre “non partecipi alla vita della famiglia”, io ci sono. Sto zitto, ma ci sono. Che cavolo dice? Quando parla così, gli lancio uno sguardo fermo da dietro i capelli lunghi sulla fronte, ma lui non se ne accorge. Il resto me lo tengo per me. Una volta ho sentito che litigava con mio padre a causa mia. “Tu lo cresci come una femmina, pensa solo ai pantaloni carissimi, alle scarpe di marca, a stirarsi i capelli. Ma sei impazzito?”.
Mio padre non ha detto nulla. Con suo padre non è andato mai d’accordo. Adesso non ne parlano perché mi avvicino all’età che aveva papà quando è successo. Ma una volta la nonna mi ha raccontato tutto, forse perché le facevo troppe domande.
Mio padre era molto giovane e lui, il nonno, gli ha prestato la macchina per uscire la sera, magari con la ragazza. Che poi era mia madre, ma lui non lo sapeva, ancora. La prima volta mio padre torna da una festa a casa di amici e la macchina è perfetta. Mio nonno brontola un po’, come sempre, ma si vede che è contento.
Erano mesi in cui litigavano tanto per la politica, perché papà era comunista. E il nonno invece no. Non so cosa sia il nonno. La nonna dice sempre che nella vita ha guardato i suoi interessi senza essere troppo generoso, che gli amici sono rari e la gente che ti frega invece abbonda più delle mosche.
La storia della macchina va avanti per un po’ e mio padre ci prende gusto. Non gliela chiede, perché è orgoglioso, ma quando il nonno dice: “Prendila, non mi serve”, a lui fa piacere. È una macchina comoda, con i sedili reclinabili. “Era enorme, Mario. Tuo nonno allora voleva farsi notare”, diceva la nonna quando mi ha raccontato ’sta storia. Potevo avere dieci anni, e anche se ora ne ho diciassette non mi si leva dalla testa.
Era di lusso...
Non so se sono stato concepito sui sedili davanti o su quelli di dietro. Ma certo mio padre si dava da fare. A volte nella macchina lasciava apposta giornali di sinistra, per fare arrabbiare il nonno. E quello si arrabbiava, ma poi gli passava. Voleva che mio padre uscisse la sera con il macchinone per portare in giro le ragazze. Ma di ragazza ce n’era una sola.
La macchina era lunga e scura. Mio padre una volta mi ha fatto vedere la foto, una Audi enorme con le rifiniture di lusso, mio nonno l’aveva presa in Germania uguale uguale a quella di un suo collega che aveva fatto soldi a palate.
La sera che li ha beccati mentre uscivano dalla sezione il nonno è rimasto come uno scemo, così mi ha raccontato la nonna un po’ ridendo, un po’ con le lacrime agli occhi. Stava al bar a farsi un paio di birre e vede la macchina posteggiata. Dice agli amici: adesso arriva mio figlio. Dopo dieci minuti quello esce con i giornali “rossi” sotto il braccio e accanto a lui “la compagna”. Bella era bella, mi ha detto la nonna, ma era incinta. “Un pancione…”. Papà non aveva ancora detto nulla in famiglia. Il nonno vede ’sta roba e urla come un pazzo.
Mio padre lo lascia lì, con gli amici, monta in macchina e va via. A casa, mia nonna aspetta che arrivi per parlargli. Vuole fare in modo che padre e figlio facciano la pace e non vede l’ora di conoscere lei: mia madre. Aspetta e pensa di aprire la porta di casa chiedendo a mio padre con dolcezza: “Arriva un nipotino, e non potevi dirlo? Non sono cose da nascondere, tesoro”.
A mezzanotte il telefono squilla: mio padre ha avuto un incidente, la macchina è distrutta, mia madre è in fin di vita. Io sono nato di sette mesi e mezzo. La mamma non l’ho mai conosciuta.
A braccia aperte
Amo il silenzio. Nel silenzio la storia della macchina e dell’incidente, della lunga attesa della nonna che aspettava mio padre a braccia aperte, che non vedeva l’ora di stare un po’ con la mamma, mi torna come un film che si ripete all’infinito.
Mi piacciono le cose che si muovono nel silenzio. Preferisco lo strisciare veloce della lucertola al cinguettio degli uccelli, il mio gatto al cane del vicino che abbaia. La musica in cuffia e non a tutto volume. Colpisco in silenzio.
L’ultima volta che mi ha detto “non partecipi alla vita della famiglia”, gli ho lanciato la solita occhiata. Poi, di sera, quando ancora non aveva messo l’auto in garage, sono scivolato in strada. Ho tirato fuori dalla tasca la lama di dieci centimetri, uguale uguale a quella di Giulio, il capobanda di scuola. Nessun rumore, solo quattro gomme squarciate.
Diffusione trasversale
di un’arma silenziosa
Le cronache riportano notizie di ragazzi con il coltello: ragazzi delle periferie, bande di giovani che abitano nel centro di Roma, una diffusione trasversale di un’arma silenziosa che in certi casi sembra diventata un “must”. Il coltello è l’arma dei killer che nei romanzi seviziano, asportando alle vittime ombelico, orecchio, seni, pezzi di pelle. Ma questa è “sofisticheria” da collezionisti. La lama è anche l’arma dei “deboli”: colpisce nel silenzio, spessissimo serve a difendersi, ma può anche scapparci la tragedia.
Cosa chiedono al coltello gli adolescenti di oggi? Spesso, come il protagonista della nostra storia, sono discendenti di famiglie che hanno avuto con l’autorità un rapporto, direbbero i ragazzi, “schizzato”. Il nonno è il padre padrone “sciupafemmine”, quello del “si fa ma non si dice”, che ostenta danaro e magari si è anche fatto da sé. Che ha con le donne un rapporto in cui le emozioni sono relegate al “femminile” inteso come forza residuale, di scarto. Niente a che vedere con la fiducia riposta nella voce grossa e nelle imposizioni maschili riguardo all’educazione dei figli. La generazione successiva, invece, è quella dei papà e delle mamme “amiconi”, incapaci di dire no, non sempre esperti nell’interpretare la differenza tra autoritarismo e sano scontro, quello che permette ai figli di dire la loro, di differenziarsi, senza appiattirsi.
Nelle famiglie di oggi troppo spesso la tregua generazionale è una pace solo di facciata. I genitori hanno paura che i figli vadano via, i figli vedono il gruppo dei pari come la “vera” famiglia. Il bisogno di incontrarsi è forte, tanto quanto la diffusa incapacità di comunicare. Ostilità e rabbia ci sono, ma non hanno canali riconoscibili, il contraddittorio con i genitori manca, e la rabbia può prendere la via silenziosa del coltello, dell’autolesionismo a colpi di superalcolici e succhi di frutta, delle corse sfrenate in auto con automobili di proprietà (non hanno più bisogno di averle dai padri).
Il “femminile” in quanto energia che armonizza, che tiene conto degli opposti, senza azzerarli, latita. Come la nonna di Mario, non fa a tempo ad accogliere i segreti, a tradurli in storie dicibili. Non riesce a diventare cassa di risonanza perché i ragazzi non perdano il contatto con le emozioni.
Il bisogno di avere intorno adulti che siano riferimenti - né amici né yes-daddy (i papà dell’eterno sì, così simili ai carrieristi che in ufficio davanti al capo abbassano sempre la testa) - è vitale.
Chiediamoci, cari adulti: quando abbiamo fatto ricorso alla vendetta immaginaria come sfogo per il desiderio di giustizia? In quali occasioni abbiamo preferito distruggere e non lottare perché alle nostre posizioni venisse riconosciuta una ragionevolezza? Spesso reagiamo così quando non c’è più un terreno condiviso, quando abbiamo l’idea che con gli altri non abbiamo niente da spartire o, peggio, che possono solo sopraffarci. Allora che crepino pure! Che vadano in rovina!
La parte di noi che vuole restare nel consorzio sociale viene sopraffatta dalla sfiducia e dalla incredulità: non c’è spazio per il mio modo di essere e le mie ragioni. Non ci sono le condizioni per “partecipare” alla vita altrui. Dunque ognuno deve pensare a sé.
Per un po’ funziona. Ma cosa facciamo quando questo meccanismo prende piede anche nella sfera degli affetti, con il figlio, la figlia, la compagna, l’amico, il padre? Se non troviamo la forza di dare spazio alle emozioni e alle ragioni dell’altro - lo spazio vitale che serve a farle emergere, per poi affrontarle - la rabbia e la violenza dei più deboli cresceranno.
la posta di Delia
delia.vaccarello@tiscali.it
“Cara Delia, ti propongo una riflessione per certi versi inusuale. Da circa tre anni mio figlio ventenne ha una ragazza fissa che ora viene in casa e si è trasformata in una specie di fidanzata secondo certi vecchi schemi duri a morire. O meglio, loro due si comportano come se fossero promessi, e questo accade dalla quarta superiore quando, compagni di classe, fiorì il loro amore. Ho saputo, questo è il problema, parlando con loro dei recenti fatti che vedono di frequente ragazzi armati di coltello, che la ragazza, iscritta al secondo anno di giurisprudenza, un tipo elegante e sicuro di sé, colleziona coltelli (qui le posate non c’entrano)... Sì hai letto bene: ne ha di ogni tipo, alcuni veramente terribili per aspetto e destinazione d’uso (macelleria)... Sono trasecolata e non so cosa pensare. Sicuramente non sono tranquilla, certo so benissimo che ha più probabilità di essere un killer chi colleziona farfalle o francobolli, ma egualmente resto perplessa. Maria Giovanna Zappa”.
Cara Maria Giovanna, non so se sentirla più in ansia per la precoce vita “matrimoniale” di suo figlio o per i coltelli che colpiscono la sua immaginazione. La allarma la contraddizione tra un modo “soffocante” di vivere la coppia e il fascino che lega la ragazza a oggetti che separano in modo netto, facendo del male? I collezionisti si sono preoccupati del clamore sorto intorno ai coltelli, vivendo la rinnovata attenzione come un’invasione di campo. In genere fanno una distinzione precisa tra l’amore per l’oggetto e l’uso che se ne può fare. Dunque se la ragazza è una vera collezionista non c’è da temere. È donna: qui la novità. Ma potrebbe essere un tratto di originalità tutto da esplorare, una innovazione rispetto agli stili di vita tradizionali che lei non sembra amare. Forse, però, il suo timore è un altro: la spaventa che la giovane “nuora” possa “tagliare” il rapporto tra lei e suo figlio, lasciandola sanguinante?
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Ultimo aggiornamento: 14/05/09