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E la forza della parola scardina i rifugi solitari

C'è chi preferisce vivere nel silenzio la propria diversità. Ma un film, "Il ragazzo dai capelli verdi", arriva a cambiare le cose. (19-26/11/2009) Delia Vaccarello

Da quando abbiamo visto il film in classe non riesco a togliermelo dalla mente. È la storia del “Ragazzo dai capelli verdi”, uno più o meno della nostra età, ma bellissimo, orfano di guerra, al quale succede una cosa strana, la mattina si sveglia e ha i capelli verde foglia, quasi fosforescenti. Lui ne è orgoglioso, ma poi, quando gli altri lo guardano male, vuole strapparseli. Allora si rapa a zero, è la sua unica possibilità. Fabrizio, che siede nel banco con me, era assente per l’influenza il giorno in cui hanno proiettato il film. Io sono andata dalla prof e non mi sono potuta trattenere: “Ma siete sicuri che Fabrizio sia d’accordo? Venite qui a parlare di queste cose, ma non sapete cosa toccate dentro la gente”. Nelle scuole della nostra città in questi giorni si parla tanto, a Bologna di certi temi non si fa tanto mistero. La prof ci ha detto che avremmo fatto alcuni incontri sulla omofobia e sulla transfobia e che avremmo visto un film che offre spunti sulla “diversità” in genere, “così possiamo discuterne tutti”.
Passi per l’omofobia, ma Fabrizio non tollera che si parli di altro. Ha già fatto una fatica boia a venire a scuola con le magliette aderenti nere che gli fasciano il corpo mettendo in risalto i fianchi. I jeans li porta stretti al punto che sembra proprio che tra le gambe non abbia nulla e i capelli se li tira su col gel come fossero una cresta di gallo o la corona di una regina. Facendo così dice al mondo che è assolutamente diverso e che gli altri - i prof, i genitori, gli amici, il lattaio, i cugini, chiunque, - non devono dire nulla. Devono solo tacere perché loro non sanno cosa significa sentirsi in un corpo sbagliato, arrivare all’adolescenza e volere il seno e non averlo, mentre la peluria ti cresce sul viso.
Non lo sanno, ed è inutile parlarne in classe, perché le nostre compagne che pensano al fidanzato e ai vestiti firmati non possono capire niente. Devono stare tutti zitti e lasciarlo in pace. È inutile che in classe ci vengono a parlare di accettazione, di diversità, addirittura di amore verso noi stessi: “Ma quale amore”, ha urlato Federico alla prof, “come fai ad amare un corpo che odi, che ti strapperesti di dosso, voi non ne potete parlare, chiaro??!!”.
E per tre giorni non si è fatto vivo.
“Poi ci si abitua”
Fabrizio preferisce il silenzio. Io so bene cosa significa vivere nel silenzio. Posso garantire che dopo un po’ ci si abitua. Prima è insopportabile, poi arrivi, senza neanche accorgertene, a odiare chi parla, a sentire che tutti parlano a vanvera e a capire che non serve proprio a niente. Fanno solo rumore, meglio la musica dentro le orecchie. Ci ho fatto l’abitudine da tre anni. È una cosa comoda. Tutto è cominciato grazie a mio padre. A pranzo veniva, mangiava, gli occhi nel piatto. La mamma chiedeva qualcosa, lui rispondeva a monosillabi.
Seconda fase: non si sedeva a tavola, mangiava la minestra sprofondato sul divano. Il televisore prima era acceso, poi acceso senza il volume, solo immagini, niente suoni. Poi è stato spento: ha fatto capire con i gesti che non vuole quegli estranei dentro casa. Gli estranei sarebbero le persone che compaiono in tv. Per noi sono solo immagini, per lui è gente in carne e ossa.
Ora in casa nostra nessuno parla più, a tavola comunichiamo a gesti, mia madre sottovoce dice alla badante di mio padre quali cose deve fare. Vive con noi da due anni, da quando papà è caduto in depressione. Prima, quando usciva il pomeriggio mia madre mi salutava con un bacio. Adesso sa che anche se non mi saluta fa lo stesso. In fondo così si sta bene. Io mi faccio una idea delle cose senza parlarne con nessuno, non litigo, non insulto, nessuno mi offende, e così deve succedere a mia madre e a mia sorella. Siamo tranquilli.
Anche il ragazzo con i capelli verdi è stato zitto per un bel po’. A scuola siccome non c’era tempo, abbiamo interrotto la visione del film e ci siamo fermati proprio quando il ragazzo comincia ad avere problemi e decide di stare zitto. Poi scappa di casa. La prof ci ha chiesto: “Secondo voi perché scappa? Come immaginate che vada a finire il film?”. Ho immaginato che il ragazzo avesse una malattia e che il nonno, unico suo familiare, fosse morto. Allora meglio andare a vivere lontano da quelli che ti criticano, e stare in pace, in compagnia della propria malattia. Sì, deve essere successo questo.
La fine della storia
In classe, il giorno in cui c’era anche Fabrizio, abbiamo visto la fine del film. Sulle prime si vede il ragazzo con la testa rasata. È triste. Non vuol parlare, si trova in un commissariato di polizia. Fabrizio lo vede e dice: “È malato. Non può farci nulla. Nessuno lo può capire”.
Poi invece quello stupido di ragazzo si mette a parlare. Dice che non è facile vivere con i capelli verdi e non è facile vivere senza genitori. Al commissariato si confida con un medico dei bambini (“Fabiola, hai visto che era malato?”, dice Fabrizio eccitato).
Poi arriva il nonno, felice che il ragazzo sia stato trovato. Il nonno a voce alta legge una lettera che il padre aveva scritto al ragazzo prima di morire. “Amato figlio mio, siamo rimasti sotto le bombe a fare il nostro dovere, tua madre e io siamo medici, e stiamo curando tanti bambini. Questi bambini hanno perso i genitori e loro stessi sono stati feriti, noi facciamo di tutto perché possano continuare a vivere. Lo facciamo per amore, in ognuno di loro vediamo te”.
Le parole della lettera danno una forza straordinaria al ragazzo dai capelli verdi. La prof dice: “È come se i genitori fossero ancora vivi e lo comprendessero in questo momento difficile, così come prima che lui diventasse orfano di guerra sono stati vicini a tanti ragazzi come lui”.
Fabrizio sembra paralizzato, si tocca la cresta, non spiccica una parola.
Io guardo la prof e dico: “Prof, ma che cavolata!”.
Da allora il ragazzo dai capelli verdi abita nel silenzio della mia casa.
È solo una immagine. Non mi lascia più in pace.

È meglio tacere quando “si è diversi”? Discutiamone   


Siè parlato molto in questi giorni, e male, della transessualità. In occasione del “caso Marrazzo” i media hanno titolato: il video col trans, il condominio dei trans eccetera. Lasciando intuire la seguente equivalenza: transessualità uguale prostituzione. Da qualche giorno è partita la campagna del governo contro l’omofobia. Uno spot viene trasmesso in tv. Anche nelle scuole se ne parla. Ma c’è un rischio: la confusione. Facciamo qualche precisazione.
La transessualità è un disturbo dell’identità di genere. Viene avvertito da alcuni individui fin dalla tenera età, diventa pesante in adolescenza quando il corpo sviluppa gli attributi sessuali e la persona si accorge di non sentirlo come proprio.
Si può vivere con questo disturbo, farne anche una occasione per una critica sociale (è il caso delle persone transgender). Ci si può operare, grazie a una legge che lo permette. Ci sono persone trans che si prostituiscono, come si prostituiscono le donne e gli uomini. L’odio nei confronti delle persone transessuali dettato da pregiudizi si chiama “transfobia”. L’omofobia invece, che sarebbe meglio indicare con il termine omonegatività, è l’odio nei confronti delle persone omosessuali.
L’omosessualità è un orientamento sessuale, cioè un modo di mettersi in relazione affettivamente e sessualmente a un oggetto di amore che è del proprio sesso. Anche l’eterosessualità è un orientamento sessuale: un modo di relazionarsi affettivamente e sessualmente con un oggetto di amore che è dell’altro sesso. Sono orientamenti di pari valore, ma l’omosessualità è spesso guardata con pregiudizio.
Nelle scuole se ne parla. Ma poiché non siamo abituati a condividere opinioni e stati d’animo, può capitare che cerchiamo tutti i modi possibili per zittire un discorso collettivo che avrebbe l’effetto di tirarci fuori dai rifugi solitari. I protagonisti della nostra storia hanno in famiglia due esperienze di silenzio: Fabrizio si sente unico perché transessuale; Fabiola ha il padre sofferente per la depressione. Entrambi ritengono che quando “si è diversi” è meglio tacere. È una scelta rinforzata da una società che spesso elude i conflitti e i confronti, preferendo il “pregiudizio”.
Cari lettori, sono certa che vi trovate spesso pur con tutte le buone intenzioni dinanzi ai muri eretti dai ragazzi o dagli adulti. Non smettete di comunicare. Credeteci. I vostri messaggi dai capelli verdi (il film di cui si parla è del regista Losey) “non li lasceranno in pace”.

la posta di Delia

Non siate timidi Entrate in gioco


Gentili lettori e lettrici, questa volta non avete una lettera e una risposta. Ma solo la risposta. Come mai? Mi rivolgo in particolare a quanti mi scrivono chiedendomi una risposta in privato o commentando una mia risposta a una lettera pubblicata, aggiungendo un “che resti fra noi”. Pensavo da tempo di rivolgermi proprio a voi, “timidissimi scriventi”. Quale migliore occasione che un numero del Salvagiovani “sul silenzio”?
Vorrei dirvi quanto mi sta a cuore la comunicazione, vorrei dirvi che se non ci fosse chi con timore, ma con slancio, scrive e si offre alla pubblicazione pur con tutte le cautele usate (avete notato che non ci sono i cognomi e che chi scrive è collocabile geograficamente in Italia come su Marte?), se non ci fossero costoro, non esisterebbe una rubrica di posta come questa che dà la parola a genitori e figli, ad adulti e a ragazzi, su temi come la sessualità e l’amore, i segreti e i desideri.
Pubblicare le lettere sul giornale significa moltiplicare le voci, cogliere l’universale nel particolare che la lettera esprime, intuire che altri si identificano o entrano in conflitto. È come giocare un’entusiasmante partita tra giocatori invisibili ma numerosi e tutti ben accetti. Senza la disponibilità a uscire dal “tu-per-tu”, la partita non avrebbe inizio. Attenzione, c’è solo un fischio: numero dopo numero è il suono che segnala i nostri tanti inizi.
Non ci sarà mai un fischio che stabilisce la fine. Perché? Perché le parole, quando sono collettive, quando sono “pronunciate” attraverso un giornale, hanno una vita di incalcolabile lunghezza, hanno echi imprevedibili. Vi fa paura? Vi assicuro: è un’impareggiabile emozione. Ciao, Delia.



Ultimo aggiornamento: 20/11/09

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