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Italia, crolla la produzione industriale: -12%, auto- 48% La Francia dà 6,5 miliardi a Renault e Peugeot

I dati dell'Istat riferiti a dicembre. Gruppo Ferré verso la bancarotta.

Davide Sfragano
La produzione dell'industria italiana a dicembre è crollata del 12,2% rispetto allo stesso mese del 2007 e del 2,5% su novembre 2008.
Lo comunica l'Istat, precisando che l'indice della produzione corretto per giorni lavorativi (dicembre ha avuto un giorno in più rispetto al dicembre 2007) ha registrato una diminuzione tendenziale del 14,3%, il calo più ampio da gennaio 1991). All'interno del crollo, particolarmente grave quello dell'industria automobilisitca che fa segnare, sempre a dicembre, un -48%.

 

Sarkozy concede 6,5 miliardi a Peugeot e Renault

Sarkozy ha deciso di dare una somma enorme (6,5 miliardi di euro, che figurano come un prestito, anche se si somigliano molto a un formidabile "aiuto di Stato", che è invece vietato dall'Ue) alle case automobilistiche Peugeot-Citroen, Renault e Renault Trucks. Le aziende riceveranno i fondi a condizione che mantengano aperti i loro stabilimenti in Francia. La decisione provocherà non poche polemiche in Italia e in Europa. Al confronto gli incentivi alla rottamazione delle auto concessi dal governo italiano sono un'inezia. L'annuncio francese è stato dato dal presidente Nicolas Sarkozy in persona.
 

La crisi della Nissan: 20.000 licenziamenti

Il mondo dell'auto si avvita in una gravissima crisi. Dopo l'annuncio della colossale perdita di bilancio della Toyota, che era diventata la prima azienda al mondo, anche la Nissan esce allo scoperto e annuncia 20.000 licenziamenti. La notizia nasce dai vertici della casa automobilistica. 20.000 posti di lavoro entro marzo 2010. Infatti l'ha resa nota, nel corso della presentazione dei dati trimestrali, il numero uno della compagnia Carlos Ghosn. In questo modo, i dipendenti della Nissan, in tutto il mondo, passeranno da 235.000 a quota 215.000.
 

 

Il marchio Ferré verso la bancarotta

 
La crisi colpisce anche il lusso e alcuni dei marchi più conosciuti del made in Italy. Va infatti verso il crac It Holding, l'azienda che controlla e coordina un gruppo di società che disegnano, producono e distribuiscono prodotti con marchi propri (come Gianfranco Ferré, Malo, Extè) oltre che con marchi in licenza (Vjc Versace, Versace Sport, Just Cavalli, C'N'C Costume National e Galliano).
Gli impianti produttivi sono in Italia e la rete distributiva mondiale include 36 boutique di proprietà, 303 altre boutique monomarca e più di 6.000 prestigiosi punti vendita indipendenti.
It Holding ha oltre 1.800 dipendenti e i suoi ricavi nel 2007 sono stati pari a 637 milioni di euro. Quotata nel novembre 1997 alla Borsa italiana, le azioni ordinarie della It Holding sono sospese da questa mattina dalle negoziazioni a tempo indeterminato dopo che nella notte, con una nota, la società ha annunciato di aver deciso di presentare un'istanza per il ricorso all'amministrazione straordinaria e di richiedere a Borsa italiana l'esclusione delle azioni dal segmento Star. 
 
 

Pioneer dice: basta con la tv

 
Pioneer, un altro storico marchio giapponese, che produce, alcune delle migliori tv al plasma del mondo, smetterà di produrre televisori di qualsiasi tipo. Non solo. Smetterà anche di produrre sotto il suo marchio, lettori e registratori dvd e blu-ray . La linea di produzione di questi ultimi sarà ceduta ad una nuova società che sarà creata insieme all'altro colosso in crisi: Sharp.  
La decisione è stata presa, secondo il quotidiano finanziario giapponese The Nikkei, per il cattivo andamento dei conti della casa giapponese, che prevede di perdere 846,6 milioni di dollari nell'anno fiscale 2008-2009 che si chiude a marzo.
Pioneer si dovrebbe concentrare, per il futuro, nella creazione di impianti stereo per le auto da vendere alle case automobilistiche. Secondo le indiscrezioni del quotidiano economico giapponese, l'abbandono della produzione di tv potrebbe portare a massicci licenziamenti, nell'ordine di migliaia di unità. Attualmente Pioneer ha circa 40.000 dipendenti.
 
 

E l'Fmi "vede nero" per l'Italia

Intanto le prospettive per l'Italia sono "tetre", con "un'eventuale ripresa debole e lenta": il Fondo monetario internazionale conferma per il nostro paese due anni di recessione, con il Pil 2009 in contrazione del 2,1% e quello 2010 dello 0,1%.
E intanto il rapporto deficit-Pil tornerà quest'anno sopra il 3% "a causa del deterioramento dell'economia", mentre il debito salirà al 108,2% offrendo al governo "uno spazio limitato" d'azione per fronteggiare la crisi globale. Servono comunque "misure tempestive, mirate e coordinate" tenendo conto dei programmi di riduzione della spesa: "Il pacchetto fiscale presentato di recente al Parlamento - afferma il Fmi - è in generale in linea con queste considerazioni. Se le prospettive di crescita peggioreranno ulteriormente, però, uno stimolo più ampio potrebbe essere considerato". A pesare sull'Italia - secondo il Fmi - sarà anche l'eccessiva dipendenza dell'Italia dalle esportazioni. "L'incertezza sulle prospettive é eccezionalmente elevata", aggiunge il Fondo monetario internazionale, evidenziando la necessità di adottare "riforme di lungo termine per risolvere la principale sfida italiana: la mancanza cronica di crescita". 

Licenziamenti e cassintegrazioni         

Sembrano previsioni dure, ma astratte, quelle appena rese note dal Fondo monetario internazionale e, invece, licenziamenti, cassintegrazioni, procedure di mobilità, mancati rinnovi dei contratti dei lavoratori sono all'ordine del giorno. La crisi economica che investe il paese si misura anche attraverso questi spiacevoli avvenimenti che, purtroppo, si ripetono sempre con più frequenza.
Da Nord a Sud della penisola nessuno ne è escluso. E, al contrario del passato, questa sfavorevole congiuntura economica non risparmia neanche il terziario: non sono solo gli operai metalmeccanici a soffrire. Con loro tribolano ogni giorno anche i colletti bianchi e i lavoratori di bar, ristoranti, supermercati. Neanche le piccole aziende, infatti, escono indenni allo tsunami economico finanziario.

Gli "invisibili" dell'indotto Fiat

Naturalmente, i primi a finire sulla graticola sono i lavoratori del gruppo Fiat, e gli invisibili senza alcuna tutela delle microaziende che le ruotano intorno. Oggi, quasi due lavoratori su tre del gruppo torinese trascorrono almeno un paio di settimane al mese in cassintegrazione. Per la Fiom ad essere coinvolti sono 48.000 lavoratori su un totale di 88.500.
Soffrono anche gli stabilimenti finora indenni alla crisi. A Jesi (produce trattori) la cassa integrazione riguarda 850 dipendenti su 1.000; a Mirafiori 5.000 addetti alle carrozzerie e 600 lavoratori del settore presse; a Pomigliano d'Arco 5.300 operai; a Cassino 3.800 dipendenti; a Termini Imerese 1.500 persone; a Melfi più di 5.000; in Val di Sangro, dove si produce il Ducato, 7.000 lavoratori; a Termoli un migliaio; all'Iveco di Torino altri 1.300 operai; all'Iveco di Brescia 3.000 dipendenti; altri 700 ad Arese; nel gruppo Marelli la Cig riguarda 5.000 dipendenti su 8.000; a Torino perfino 3.600 colletti bianchi sono in cassa integrazione e altri 5.000 impiegati ci andranno a marzo per due settimane.

I dati allarmanti del Nord-Est

Ma un esempio emblematico di questa crisi viene dal tanto decantato Nord-Est dove, dai bar alle pizzerie, sino ai supermercati e ai servizi alle imprese e alle persone, il vento della recessione continua a mietere vittime. Non vengono risparmiati nemmeno i dipendenti o i collaboratori degli studi professionali.
Tutte persone che, non lavorando in grandi imprese, molto spesso non usufruiscono neanche degli ammortizzatori sociali. Solo nella provincia di Padova, nell'ultimo mese, secondo i dati elaborati dalla Cisl, sono 714 i lavoratori lasciati a spasso e, tra questi, 203 appartengono al mondo del commercio e del terziario: provengono da imprese artigiane, da piccole realtà industriali con un massimo di 15 unità o da realtà del commercio e del terziario con organici non superiori alle 50 persone.

Roma e Lazio: contraccolpi Alitalia

Non è esente dal problema neanche una realtà dove il settore pubblico è molto forte, come quella di Roma e del Lazio. Solo per la nascita della Nuova Alitalia qui sono 15.000 i lavoratori, tra diretti e indotto, a essere sull'orlo della disoccupazione. Non solo: sono 17.000 quelli rimasti a casa nell´edilizia; e addirittura 40.000 i contratti a termine non rinnovati nel dicembre scorso.
“Il 2008 ci ha consegnato una situazione di crisi gravissima, ma nel 2009 saranno circa 50.000 le persone a rischio di licenziamento” spiega Claudio Di Berardino, segretario della Cgil di Roma e Lazio.

In Toscana 131 aziende in crisi in pochi mesi

Anche realtà produttive affermate vengono trascinate in questo vortice. In Toscana, ad esempio, solo tra il 15 dicembre e il 27 gennaio, sono entrate in crisi 131 aziende. Secondo la Cgil regionale, infatti, la crisi non riguarda solo le aziende manifatturiere ma tutte, terziario compreso, il settore che finora sembrava un baluardo e che rappresenta il 71,6% del Pil regionale.
Due degli ultimissimi segnali significativi vengono proprio da Firenze: dove il supermercato Pam di Novoli ha appena annunciato la chiusura e la perdita del posto per tutti i 20 dipendenti e i grandi hotel di lusso hanno appena licenziato 45 dipendenti.
Guardando i dati nel loro insieme la realtà appare ancora più drammatica: 26.296 lavoratori sono già a casa. Tra questi, 5.950 sono in cassa integrazione ordinaria (Cigo), quella che fa sperare in un rientro in azienda; gli altri, invece, sono a un passo dalla disoccupazione.

Migliaia di esuberi Telecom

E non è ancora finita. Tra gli esempi da menzionare non possono essere esclusi i casi di Telecom, il cui ad Franco Bernabè ha annunciato 9.000 esuberi entro il 2010, quello della Michelin che chiuderà lo stabilimento di Torino mandando a casa 700 persone su 5.000 impiegate nel gruppo, quello della Indesit che ha deciso di chiudere lo stabilimento di None (nel torinese) dove lavorano altre 600 persone al reparto progettazione, quello che dovrebbe essere il cuore dell'azienda, così come la Merloni di Fabriano dove ci sono 3.500 persone in attesa di notizie sul loro futuro lavorativo.  
Particolarmente dramatica la situazione è anche in quelle piccole realtà territoriali specializzate in un'unica attività produttiva. E' il caso del distretto della ceramica di Civita Castellana, in provincia di Viterbo: non si costruiscono più case, e quindi nessuno acquista più sanitari. A Civita così, 300 persone hanno già perso il lavoro, e altre 1.250 sono in cassintegrazione.
Stesso discorso per Solofra, piccolo distretto della lavorazione della pelle nell'avellinese, e Portovesme, dove si lavora l'allumino. In entrambe le realtà sono già 400 le persone poste in mobilità.
E poi ancora in grossa difficoltà sono i distretti del legno e del mobile. Come Matera e il Friuli.

Insomma, la situazione è già difficilissima, ma la tendenza è al peggioramento. Lo conferma anche Giancarlo Battistelli, del Dipartimento settori produttivi della Cgil: “Dai dati sul ricorso alla cassintegrazione che abbiamo risulta che a gennaio il ricorso a quella ordinaria è diminuito, mentre è aumentato il ricorso a quella straordinaria. Si tratta di una notizia gravissima. Mentre i lavoratori in Cigo hanno buone possibilità di rientrare in azienda, per quelli in Cigs il reinserimento nel processo produttivo è molto più difficile: molte delle aziende che hanno fatto ricorso alla cigs, con tutta probabilità chiuderanno i battenti”.



Ultimo aggiornamento: 10/02/09

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