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Leggo. E sento la passione d'essere vivo

Ci sono ragazzi che non cercano soprattutto l'approvazione paterna, e non hanno paura di tentare avventure diverse da quelle della maggioranza. E provano il sentimento forte che lo studio può dare. (4-11/12/2008)

“Prof, fin da piccoli ci dicono cosa dobbiamo fare e cosa no, è naturale, tuo padre si può permettere di vietarti una cosa, lo dice per il tuo bene, è tuo padre, è più grande. A me piace tantissimo il calcio e a mio padre anche”. Alberto dice sempre così, tira in ballo le regole, il padre, quello che ti dicono di fare fin da bambino eccetera. Lo fa ogni volta che in classe abbiamo un confronto un po’ più libero. Vengono alcune persone del Comune a suggerirci temi di discussione e passiamo un paio di ore diverse dalla solita lezione con il prof in cattedra. Alberto questa cosa non la capisce bene e ai tipi del Comune continua a rivolgersi dicendo “prof”.

Poesie nella grotta

Ieri abbiamo visto in classe “L’attimo fuggente”, il film in cui c’è un prof diverso dagli altri che ama la poesia, che dice agli allievi “cogli l’attimo” prima di diventare concime per i fiori, e cattura gli studenti perché trasmette loro una cosa che non riesco a dire, ma che è forte. C’è la scena in cui i ragazzi escono di notte - infrangendo le regole del collegio - e vanno in una grotta a leggere poesie e si sentono importanti. Non so perché, ma quello è il loro momento. Poche sequenze prima, il prof aveva detto a un collega: “Non chiamarli ragazzi”, criticando il tono con cui lo diceva, come se “ragazzi” volesse dire gente che vale meno degli altri, che non ha la capacità di ragionare con la propria testa. I ragazzi del film quando leggono le poesie si sentono grandi, recitando quei versi è come se uno fosse importante e basta, a prescindere dalla età.
E Alberto: “Fanno questa cosa per il gusto di rompere una regola, mentre vedevo il film mi veniva la paura che fossero beccati dal custode. Ma non capisco perché lo fanno, le poesie non si possono leggere nella cameretta? Devono per forza uscire fuori, di notte, come se fossero una setta?”.
Mentre lui parlava io pensavo ai momenti in cui studio e mi sento vivo. Mi è capitato quando la prof ci ha fatto leggere Pirandello, ha detto che era una prova e che lo avremmo studiato meglio prima della fine dell’anno in modo da averlo a mente per l’esame di maturità. Di Pirandello ci ha fatto leggere “Il treno ha fischiato”, che è una novella. Ho pensato a quella storia vedendo il film, all’impiegato che sogna una realtà diversa sentendo il fischio del treno che avrebbe potuto portarlo lontano, farlo viaggiare, farlo fuggire dalla sua vita limitata. Mentre pensavo al treno e al modo di cambiare, Alberto diceva: “Prof, quei ragazzi scappano di notte, ma se li beccano, a casa i loro genitori che dicono?”.

Non di solo calcio

Allora ho alzato la mano: “Non c’è solo la passione del calcio, a me piace studiare, ci sono cose che leggo che mi danno forza”, ho pronunciato queste frasi un po’ piano, guardandomi intorno per vedere come la prendevano gli altri, però volevo dirle. “Puoi leggere da solo, no? nella tua camera?”, interviene Alberto, che ormai non la smette più di parlare. “E tu perché non giochi da solo? Perché non stai nella tua camera a tirare calci al muro, anziché andare in un campo di calcio, con due porte, due squadre, i tifosi…”. “Ma che c’entra, figurati, che senso ha giocare da solo?”.
Mentre Alberto parla capisco quanto il calcio lo faccia sentire importante: fa una cosa che tutti conoscono, il padre è d’accordo con lui, insomma basta dire “calcio” e tutti capiscono, non ci sono dubbi. Non ha bisogno neanche di parlare, il diario con le immagini dei calciatori preferiti parla per lui. Gli ho chiesto: “E se tuo padre ti vietasse di giocare al calcio, come reagiresti?”. “Impossibile!”. Anche gli altri sono intervenuti: “Perché impossibile?”. Allora Alberto a voce alta: “Perché è lui che mi ha insegnato a giocare a calcio, fin da piccolo, ho fatto quello che ha voluto lui”.
Spero che passi un treno con un fischio potente capace di sturare le orecchie di Alberto, spero che arrivi un prof che gli faccia sentire che si può essere importanti anche se non ci si innamora di quello che ama tuo padre. I miei hanno fatto la terza media, mi comprano i libri, pochi, come si comprano i mattoni per costruire una casa. Per loro sono pagine e basta, non leggono il titolo, né l’autore, non si interessano all’argomento. Quando io leggo entro in un altro mondo, sento quella cosa forte che il prof del film risveglia negli allievi. Deve essere questa la passione. Vorrei che anche Alberto la sentisse, vorrei parlarne più spesso con i miei compagni. Vorrei che sentissero la passione di essere vivi.

Paladini delle regole

ancor più degli adulti


Iragazzi hanno bisogno dell’autorità, di qualcuno che gli dia la certezza di saperne più di loro, che dia il conforto di buone regole da seguire, che abbia il potere. Il potere rassicura. Oggi questo bisogno è più forte di prima, ma viene risolto spesso in maniera sorprendente. Sembra che i ragazzi si sforzino di difendere il padre. Ma perché? Spesso succede che nelle loro menti bisognose quello che è debole deve apparire forte. Altrimenti come farebbero a percepirsi figli? Tra le nuove generazioni serpeggia spesso la paura di trasgredire. I ragazzi a volte diventano paladini delle regole anche più degli adulti che dovrebbero farle rispettare.
È una reazione agli adulti deboli, ai genitori amiconi, allo smarrimento dinanzi a un mondo di grandi privo di passioni, ripiegato su se stesso, che non costruisce il futuro. Oggi troppo spesso l’adulto, nascosto dietro la maschera da adulto, è confuso, fragile, angosciato da problemi cui non sa dare un nome. Allora si rifugia nella retorica, nel ruolo di “padre, lavoratore, cittadino”, ma senza troppa convinzione. E trasmette ai giovani un senso di precarietà. Non è più il padre severo di ieri, ma neanche il padre autorevole che ha saggezza e capacità di affrontare i conflitti, che ha il coraggio di rischiare laddove la vita lo richiede.
I ragazzi che in classe hanno avuto un confronto sulle passioni e sul rapporto con gli adulti (confronto al quale ho assistito e preso parte) erano attratti dalla figura dell’adulto che ha il potere, ma lo usa per suscitare nel giovane un ragionamento personale. Era facile però esserne presi, perché nell’“Attimo fuggente” l’opposizione è netta: il professore che stimola a pensare con la propria testa viene contrapposto all’adulto che impone le regole senza dare un perché, e che ha la granitica sensazione che è così che i grandi debbano comportarsi. Allora il primo professore, di socratica discendenza, diventa una valida alternativa al docente autoritario che vieta e tace.
Ma il compito dei giovani di oggi è più difficile. Non hanno più il genitore rigido e autenticamente severo. Hanno a che fare con la brutta copia di questo adulto, con un uomo che ricorre alla maschera dell’autoritario non per convinzione o formazione, ma perché non sa che pesci pigliare.
Succede allora che i ragazzi fragili difendano questo adulto, l’unico che hanno, perché di un adulto hanno bisogno. Una difesa che li mantiene lontani dal contatto con il loro intimo sentire.
Se ho bisogno di un padre, e trovo solo uno che ha più anni di me, mi lancio nell’impresa del “padre da inventare”. Ed esalto l’immagine dell’essere padre che il mio genitore mi propone: la maschera di un sostenitore delle regole che lui stesso fa fatica a rispettare.

la posta di Delia

E lei lo faccia

sentire amato

“Gentile dottoressa Vaccarello, mio marito sin da quando nostro figlio era piccolo è intervenuto nei suoi desideri e pulsioni per indirizzarli verso ambiti che riteneva più consoni alla mascolinità o alla convenienza. Le posso ricordare alcuni episodi. Alle elementari tra tante attività extracurriculari proposte vi era la danza. Diego partecipò e si entusiasmò tanto che, quando alla fine dell’attività i responsabili proposero la possibilità di proseguire in una struttura esterna, chiese di farlo: io non ebbi nulla in contrario, mio marito sì perché si erano iscritte solo femmine. Quando Diego ebbe 18 anni e prese la patente, a Natale gli regalammo un navigatore. Scoprii poi che suo padre gli aveva inserito come voce quella di una donna dai toni sensuali quasi porno. Quest’anno Diego aveva proposto come facoltà universitaria scienze motorie e suo padre lo ha convinto a frequentare ingegneria. Diego frequenta, ma mi appare svogliato. Ragazzo molto dolce, non si è mai opposto ai ‘suggerimenti’ di suo padre commentando ‘È fatto così’. Io invece comincio a preoccuparmi. Cordiali saluti, Silvia”.
Gentile Silvia, suo figlio deve avere un carattere mite, cedevole, pronto a farsi da parte. Il pressing di suo marito è capillare, non c’è che dire. La danza no, scienze motorie no, la voce ammiccante della “navigatrice” sì. Credo che suo marito sia insicuro del suo ruolo di padre e forse anche della sua mascolinità. Appare troppo preoccupato, invasivo, sollecitante. Ansioso di instradare il figlio su una strada scontata, senza sbavature. Spero che Diego abbia i suoi segreti, che difenda in fondo le sue predilezioni, che il dire “è fatto così” sia un modo di difendersi. Ma l’imposizione della facoltà non è certo una cosa da poco. Occorre che lei bilanci tanta invadenza di “ruolo”, che faccia sentire a suo figlio il piacere di essere se stesso, che prenda in giro suo marito. Provi a valorizzare suo figlio, a farlo sentire libero di esprimersi, forte di ciò che è. Lo faccia sentire amato. Chi vuole farci deviare dalla nostra strada in realtà simula l’affetto, e chiedendoci di essere come non siamo ci trasforma in piccoli specchi che riflettono solo le pareti del suo mondo chiuso.





Ultimo aggiornamento: 04/12/08

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