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Matrimonio usa e getta

Ci si sposa in fretta e furia senza riflettere, per emanciparsi e andarsene da casa. Dopo un anno è tutto finito. (22-29/10/2009) Delia Vaccarello

Siamo andati in Municipio io, lui e una coppia di amici. Non abbiamo voluto nessuno dei parenti. Ricordo come fosse ora quando a tavola i miei parlavano di matrimonio e mi viene la pelle d’oca. Hanno smesso quando ero ragazzina, perché papà è andato a vivere per conto suo. Una liberazione. Quel giorno non volevo tra i piedi né mio padre e né mia madre. Voglio bene a tutt’e due, non è questo, ma spero tanto che la mia vita sarà diversa dalla loro.
Da Marte al Terzo mondo
Quando ho detto a mia madre che io e Marco ci sposavamo ha sorriso come si sorride a una che sta partendo per una crociera su Marte: mi ha abbracciata, ha detto voglio la tua felicità, insomma da manuale. Poi si è attaccata al cell con tre delle sue amiche. Parlava del più e del meno, io origliavo dietro la porta del bagno, ma tra lo scrosciare della doccia e il phon ho sentito chiaro: “Ha 21 anni!”, silenzio, phon, silenzio, “che assurdità”.
Mio padre fa il dentista, tutti gli anni un bel viaggio di due mesi nei paesi del Terzo mondo per salvare come può la masticazione degli abitanti dei villaggi. Insomma, è uno di quelli che preferisce risolvere i problemi degli altri e non i propri. “Vai vai, tanto qui combini solo casini. Noi faremo diversamente”, mi dicevo. Marco da cinque anni lavora nel cinema, e io mi arrangio con incarichi da segretaria. Ogni tanto piazzo qualche foto come fotografa di scena, sperando che un giorno qualcuno si accorga di me.
Insomma, qualche euro riusciamo ad alzarlo e così abbiamo preso un bicamere in un paesino poco fuori Roma, e la nostra vita è cominciata. Mia madre è venuta a trovarci una volta con un mazzo di fiori enorme. I fiori erano splendidi, ma in 50 metri quadri non possiamo permetterci vasi grandi per fiori che sembrano alberi. Mio padre ci ha invitati a cena. Tutto abbronzato, con il sorriso sempre stampato sulle labbra e i denti perfetti, sembra la pubblicità di se stesso. Sempre solo, a quanto pare, tranne qualche flirt che puntualmente si interrompe alla vigilia dei suoi viaggi transcontinentali.
A noi andava bene. In casa scherzavamo, la mattina svegliarci insieme era troppo forte, qualcosa che avevo desiderato da sempre, una casa dove c’è la serenità, il cazzeggio, la certezza che poi a sera ci si ritrova, magari per abbracciarsi e fare anche l’amore. I primi tempi non era molto diverso da quando eravamo fidanzati. Sembrava che fossimo in viaggio, solo che non era previsto il giorno del ritorno. Eravamo partiti e basta.
Un giorno al lavoro arriva uno che sembra davvero ok, è un aiuto del produttore, si informa di un mucchio di cose, poi parla di foto. Io ascolto, ma alla fine lo blocco in un corridoio e gli faccio vedere il mio album. Lo sfoglia, ne sceglie una e dice “grande, qui c’è talento”. Si fa di nuovo vedere dopo una settimana, gli altri sono contenti, il film si farà, con me si ferma a parlare un po’ ma sembra distratto. Poi mi chiede il cellulare: “È per le foto, ho una idea”.
Non so perché ma a Marco non dico nulla, lui intanto è presissimo, sarà la prima volta in cui fa davvero l’aiuto regista, resta ore e ore con gli altri fino a tardi. Un paio di volte rincasa solo per qualche ora, e l’indomani alle 6 è già fuori. Mi sento un po’ sola. In casa è tutto caotico, 50 metri quadrati se non li metti a posto diventano peggio della lavatrice quando fai la centrifuga.
Poi Marco mi dice che starà una settimana fuori Roma, devono girare sul lago, e io non potrò andare perché i soldi non sono poi tanti e siccome sono l’aiuto dell’aiuto della segretaria di produzione è meglio che resti a casa. Le giornate passano lentamente, una sera prendo la macchina e vado da mia madre che con le sue amiche fa una cena indiana. Dopo due ore di noia torno a casa. A mezzanotte un sms, sarà Marco. È il tizio della foto: “Domani sei libera per un caffè? Passo dalle tue parti”. “Ma non eri con loro sul lago?”, “Vengo via due giorni prima, devo sbrigare affari a Roma”. “Ok, ti aspetto”.
All’ora del caffè
Il “caffè” viene a berlo alle 7 di sera. Ho rimesso un po’ a posto ma neanche tanto, non ne ho voglia, questa è la mia vita, non devo farmi bella per lui. Entra, ha un raccoglitore di foto sotto il braccio, penso subito che deve aver portato un ingrandimento di quella che lo ha colpito. È diverso dalle altre volte. Dice di essere stanco e che vuole distendersi un po’ sul letto. Il letto è lì di fronte a pochi metri dalla cucina dove stiamo bevendo il caffè. Si sdraia e dice: vieni, parliamone.
Comincia a dissertare di colori, di inquadrature, riflessi, ritocchi, poi lentamente allunga una mano. Sento la solitudine svanire, qualcosa dentro di me che si allenta, e un entusiasmo nuovo, lui è più grande di me, ma non di tantissimo, eppure sembra più maturo di Marco, di mia madre, di mio padre. Mi dà sicurezza, e intanto i brividi mi avvolgono tutta. Le sue labbra si avvicinano alle mie, ci abbracciamo.
Marco torna due giorni dopo, due ore prima Filippo è andato via. Non voglio lasciare mio marito - come suona strano! Non lo dico quasi mai, - lui però è stato via tanto, e io ero sola. Marco riparte presto. Filippo ripassa di nuovo, come per caso, e questa volta tra noi è ancora più bello. Delle foto parla pochissimo, ma so che ci pensa, ne sono certa. Insieme a lui mi sento completa, non più una ragazzina. Finiscono di girare il film dopo due mesi. Marco è distrutto ma al settimo cielo, e visto che è su di giri glielo dico, ci siamo promessi di non avere segreti.
Gli racconto tutto: lui ascolta, in silenzio. Non dice nulla, aspetto, ma niente. Si alza, va in bagno, vomita. Mi scrive un sms: l’ho fatto anch’io, con la segretaria.
Diventiamo come due estranei in casa. Aspetto che passi. Niente è più come prima. Dodici mesi dopo quel giorno in Municipio ci separiamo. Torno nella cameretta da mia madre, dalle sue cene indiane, dai suoi “che assurdità”.

Coppie di fatto, una strada in più


Succede, stanno insieme da un po’, scelgono una università che comporta tanti anni di studio - medicina ad esempio - e non hanno voglia di restare fidanzati, sospesi in una interminabile anticamera. I parenti però sono contrari alla convivenza, che nel nostro paese non ha né leggi di tutela né riconoscimento sociale. Allora, la decisione è presa: sposiamoci. E certamente i genitori passeranno loro un piccolo stipendio.
La richiesta di nozze viene fatta da padri e madri che hanno bisogno di rassicurazione, ma si tratta di un effetto illusorio. Il matrimonio non dura. Gli americani lo chiamano starter marriage, ma i sinonimi sono tanti: matrimonio di prova, nozze lampo, unione usa e getta. In genere dura meno di cinque anni, e non è una unione da cui nascono bambini. Siamo lontanissimi dunque dal cosiddetto matrimonio riparatore, che doveva creare in fretta e furia un tetto a un bebè in arrivo. Quella di sposarsi è una scelta di “emancipazione”.
Che strano: i giovani del Terzo Millennio adottano il sistema più vecchio del mondo per lasciare la famiglia di origine. Ma, ed è questa la novità, lo interpretano. Nell’era dello zapping, usano le nozze per passare velocemente da una situazione all’altra senza dover gestire originalità o conflitti. Senza porsi tanti interrogativi. Agiscono. Riflettere a che servirebbe?
La sociologa americana, Pamela Paul, ha dedicato un libro al fenomeno: “The Starter Marriage and the Future of Matrimony”, selezionato dal “Washington Post” come uno dei migliori libri sull’argomento.
In America sarebbero due le principali ragioni per cui i giovani si sposano presto e si lasciano velocemente: hanno appena finito la scuola, abitano con i genitori e vogliono sentirsi realizzati oppure sono entrambi rampanti e considerano un buon matrimonio l’accessorio da esibire in una carriera che si rispetti. In Italia credo che ci sia dell’altro.
Non avviene solo con i matrimoni: si prova ad abbracciare una religione orientale, si prova un corso di laurea, si prova un nuovo gusto di gelato, si prova una città diversa in cui vivere. Si procede per tentativi. È la strategia che si adotta quando non ci sono conoscenze solide sul vivere e allora occorre farsele di prima mano. La nostra società non governa le trasformazioni, nell’illusione che gli strumenti vecchi valgano per tutti in ogni tempo.
Se le coppie di fatto avessero un riconoscimento giuridico e sociale, ci sarebbe una possibilità di scelta in più, una cornice solida, ma più plasmabile rispetto alla “promessa eterna” che implica il matrimonio.
Nessuno parlerebbe di “convivenze di prova”, essendo la convivenza di per sé una relazione più facile da sciogliere rispetto al matrimonio. Ma la nostra società chiude gli occhi dinanzi al nuovo, lasciando i giovani sempre più soli.

La posta di Delia

Potresti provare  a vivere da sola


“Ciao Delia, voglio andarmene da casa, ho 18 anni, credo che l’unica strada sia mettermi con qualcuno poco più grande di me, non dico sposarmi, convivere sì... giusto per andare fuori dalle balle. I miei genitori mi lascerebbero libera solo così, non da sola, ma con uno che magari a loro sta bene. Metto su famiglia o giù di lì e poi mi separo, una volta separata, dopo un anno di stacco da loro, sono ormai patentata adulta non mi rompono più e sono libera davvero. Forse ti sembrerò superficiale ma molti la pensano come me. Kiss. Sabrina”.
Ciao Sabrina, perché non ci pensi un attimo? Non per non andare via da casa, se è questo quello che vuoi. Ma per agire senza imbarcarti in rapporti che non scegli davvero, per agire senza inganno. Non è una questione di responsabilità, ma di rispetto di se stessi e anche della persona con cui faresti questo passo. È così scandaloso andare a vivere da sola? Sei sicura che i tuoi non ti lascerebbero? O non è un alibi, perché da sola non ce la fai? La patente di “adulta” non te la dà nessuno, né un compagno, né una nuova specie di famiglia. Sto parlando di una patente vera, non di facciata, o taroccata come magari diresti tu. Sei giovane, puoi sbagliare. Sbaglierai. Ma cominciare bene non pensi che sia, come forse diresti tu, una “figata”?



Ultimo aggiornamento: 22/10/09

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