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Il Salvagente

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Nel vuoto di famiglia i figli crescono violenti

la madre è assente. il padre mangia e beve con gli amici, poi si mettono a canzonare un collega disabile. il giorno dopo a scuola il figlio li imita molestando un compagno più debole. (2-9/4/2009)

Ieri sera mio padre aveva a cena tre amici. Hanno cucinato le bistecche con le patate alla brace e poi si sono scolati una delle grappe che il Salmoiraghi porta dal Trentino. Mia madre quando li ha visti è andata su dritto per le scale, perché non li sopporta. E neanche loro sopportano lei.
Niente di strano, i miei fanno questa vita da un secolo, si ignorano, e dicono le cose che servono: tipo la caldaia, la macchina, le tasse da pagare. Mio fratello era uscito con la  nuova decappottabile, una delle sue manie. Mio padre ridacchiava, gli altri fumavano il sigaro. Io in sala vedevo la tivù a volume alto così mi isolavo anche da loro, ma gli sghignazzi crescevano, e sentivo che parlavano del barba, che “poi è un terrone”, “e quante arie, dai”, “con la figlia che fa la giornalista, e lui che è figlio di zappaterra, ma va là”.
La tivù di botto ha fatto silenzio per una scena del film girata durante un funerale, e allora ho sentito che sto tipo, “il barba”, monta sempre tante questioni, non stampa i documenti, blocca i computer al lavoro, “quando gli dici di portarti una cosa ci mette un secolo”.
Finché il Salmoiraghi, che lavora nella stanza con mio padre, non ha descritto una cosa quasi urlando: “E poi stava lì e muoveva quella sua manina, te lo vedi?, e blaterava ‘certo deve essere bello se sei giornalista girare il mondo’, intanto non riusciva a girare neanche la sua carrozzella e agitava la manina restando incastrato tra la scrivania e la porta, deciso come un toro a inforcare il corridoio, ‘deve essere bello girare il mondo’… diceva, ma ve lo immaginate? andava avanti e indietro, avanti indietro senza riuscire a girare”. E giù urla con una pausa di un attimo per scolarsi il grappino e poi: “Io non so perché gli fanno fare certe mansioni a questi, se uno deve portare i documenti da far firmare che ci metti l’handicappato in carrozzella? Ma roba da matti!!!”.

E tu ci credi?

A questo punto la scena del funerale alla tele era finita, i parenti che si godevano l’eredità stavano decidendo non so cosa, e il volume riprendeva a palla perché c’era la pubblicità, ma quei tre in cucina strepitavano come pazzi, ancora sul “barba” certo, che ci provavano un casino di gusto.
A scuola il giorno dopo c’è educazione civica. La prof ci spiega la solidarietà e il dovere che dovrebbe avere una società di includere tutti, compresi gli immigrati e i disabili, parla delle regolarizzazioni per gli extracomunitari, dei parcheggi per gli invalidi… “Ah quelli il posto ce l’hanno sempre - urla mio padre ogni volta che dobbiamo girare un po’ per posteggiare - e poi tu ci credi? Ma quali invalidi, tutte fesserie, roba falsa”.
Dinanzi a me è seduto Fogazza, uno mingherlino, con le lentiggini, i capelli rossi, che mette sempre dei pullover blu pesanti tipo lupo di mare. Lentamente mi avvicino al suo collo, lì dove la maglia incontra i capelli rasati sulla nuca, mi fermo a un millimetro dal suo orecchio sinistro. Mi giro a vedere se i compagni mi guardano e gli sussurro: “Brutto stronzo”. Lui non si muove, non fa una piega, ha solo un leggero tremito sulla guancia.
Accanto a me Guerrazzi si comincia a piegare in due dalle risate, e paonazzo mi dice “continua” e a quelli della fila dà il segnale di stare a guardare la scena. Forlin seduto due banchi dietro mi fissa schifato e mi dice “smettila”, ma è il solito pirla che non si sa divertire.
Lascio che passino due minuti e mi avvicino di nuovo a Fogazza, questa volta sussurro a un centimetro dall’orecchio destro: “Sei un coglione”. Lui è fermo,  allunga solo una mano e si gratta la nuca, poi spinge la mano verso di me, vuole  picchiarmi? No, niente. La prof è impegnata in una discussione fitta con il secchione del primo banco e a un certo punto dice di fare silenzio, ma non si accorge di nulla.

In pieno viso

Sto per dire un’altra cosuccia gentile all’orecchio sinistro del Fogazza, ma quello spinge indietro le braccia come a sgranchirsi dopo un lungo sonno e per poco non mi prende in pieno viso. I miei compagni ridono come matti.
Allora Fogazza che deve essersi accorto di qualcosa si gira e con le mani mi dice “che vuoi?” Io alzo le mie come a dire: non ho fatto nulla. Ed è lui che a un certo punto reagisce perché anche se non ci sente - è sordo come una campana dalla nascita, - mica è stupido. Fa uno sforzo immane e dalla gola gli esce la sua voce assurda: “Brutto stronzo smettila”, mi dice. Io scandendo bene le parole così che legga in labiale faccio: “Se-i ri-di-co-lo”.
Forlin si avvicina, forse vuole difendere Fogazza, la prof urla: “State seduti al vostro posto”. Fogazza stringe per un attimo il braccio di Forlin, poi esce dal banco mi viene vicino e mi sputa.

Il modello imperante

e la tregua generazionale


Ildebole va schiacciato. Chi ha meno di me, e fa parte di una minoranza, è inferiore. Dunque, è il mio bersaglio. Vince il più furbo, il più forte, il più danaroso. Gli eroi non sono più quelli di una volta, tipo Zorro per intenderci, che colpiva i potenti per aiutare i deboli e i poveri. Il modello imperante è un altro. Un modello di cui gli adolescenti troppo spesso si appropriano senza filtri. Ma perché l’adolescente è più violento di ieri?
I giovani hanno sempre mimato la realtà che li circonda, ma fino a un paio di decenni fa criticavano, esprimendo nei confronti del mondo adulto il proprio punto di vista spesso in opposizione. Oggi l’imitazione si incrocia con una pericolosa tregua generazionale, che non crea rapporto in molti casi, ma pare quasi frutto della massificazione generale che ha reso a una “dimensione” anche genitori e figli. Il genitore dice pochi “no” al figlio, e vive fornendo un modello che l’adolescente assorbe. Il figlio segna la differenza generazionale collocandosi nella “nicchia” dei pari, al quale il genitore lo affida, delegando agli amici molta dell’emotività che viene a mancare nel rapporto familiare.
È vero che le proteste della scuola e dell’università ci hanno fatto vedere padri e figli, madri e figlie, in piazza contro “il nemico comune” identificato con le misure inique dei governanti. Genitori e figli si sono collocati senza particolari conflitti in prima linea fianco a fianco. Ma il nemico comune in genere aiuta a posizionare all’esterno il “pericolo”, e l’aggressività, smorzando l’osservazione che ciascuno di noi fa dell’altro quando entra in una relazione  tenendo gli occhi bene aperti.
La “tregua generazionale”, compreso l’essere stati eccezionalmente compagni di lotta contro il nemico, non è un segnale di vivacità del rapporto. I rapporti sono tali quando lasciano trasparire i conflitti e consentono il giusto spazio a ciascuno per trovare il modo di affrontarli. I ragazzi, dunque, sguarniti della linfa vitale nel rapporto con i genitori - cioè il confronto e anche il contrasto - spesso nutrono la rabbia. E questo è il secondo dei tanti motivi della violenza: il primo che abbiamo elencato è l’imitazione, il secondo l’assenza di consistenza nel rapporto.
Il genitore con cui non mi scontro è un adulto irraggiungibile, potente più di me, non diverso da me, e nella sua essenza evasivo, sfuggente. Ma nell’animo di questo adulto si agitano spinte così dissimili dalle motivazioni di un giovane? Il modello imperante del più furbo e del più danaroso rivela la tragica fragilità dell’adulto: spesso debole, ancor più spesso convinto che giganteggiare circondandosi di simboli di potenza - e non di rapporti umani - sia una chiave per essere considerato forte, l’adulto cede all’egocentrismo piuttosto. Scarta la spinta “generosa” del darsi alimentando emozioni da condividere.
Non è difficile imitare questo adulto, non crea conflitto. Offre, proiettandolo in uno scenario da “vecchi”, la stessa soluzione che il bambino debole e solo sceglie per sé: si fantastica forte, cerca gli altri per attirare l’attenzione su di sé, fa le bravate. Schiaccia il debole fuori di sé, come schiaccia ogni fragilità che possa incrinare il castello di grandiose fantasie dentro cui ha tumulato il proprio sentire.

la posta di Delia

Aiuti sua nipote

a fare da sola


Gentile dottoressa Vaccarello, mia nipote ha bisogno del mio aiuto per vivere, ha difficoltà motorie e spesso le mani non coordinano bene i movimenti. La madre è stata dichiarata non in grado di prendersi cura di lei per problemi psichiatrici. Io e suo nonno, che ho sposato 15 anni fa, facciamo del nostro meglio. Ma ho paura. Lei ha 18 anni, noi 65. Come farà quando non ci saremo più? Se penso la sua vita a 50 anni, non so cosa augurarmi. Dopo un periodo in cui nel nostro paese c’è stata una attenzione al welfare e alle necessità sociali, adesso si respira una brutta aria. Il biglietto da visita della nostra società è quello di essere belli e prestanti. Non ho vergogna a dirle che stramaledico tutta questa gente piena di soldi, con le macchine enormi, parcheggiate sempre negli scivoli degli handicappati. Un giorno succederanno a loro brutte cose, magari non potranno più camminare. Sarebbe bello, no? Allora si accorgeranno di tutto in una volta sola. Scusi il mio sfogo. Antonia”.
Carissima Antonia, lei sa che l’unione fa la forza, non è vero? Aiuti sua nipote a non fare riferimento solo ai nonni. Ci sono molte associazioni che riuniscono le persone disabili. Spinga sua nipote a frequentarle. Io non so dove vive. Ma visto che sta pensando al futuro, faccia in modo che sua nipote viva in una casa a piano terra, in un posto tranquillo con la possibilità di usare una carrozzella a motore. Nei prossimi anni, si concentri su come sua nipote già da ora può fare a meno di lei. È possibile questo? Ha le forze necessarie con ausili per un discreto grado di autonomia? Le acquisti un pc di nuova generazione, costano molto meno di prima e si fa tutto sfiorando con un dito la tastiera. Le sia indispensabile il giusto, non un grammo di più. E poi la stimi, non le trasmetta un messaggio svalutante. Consideri la disabilità sua e degli altri che conoscerà un ostacolo da aggirare, non una minorazione di sensibilità e pensiero. Stima di sé, tecnologia e compagni di strada sono un buon corredo per affrontare il mondo. Lasci perdere le fantasie di vendetta. Daranno a sua nipote un senso di disperazione. Lei, invece, ha bisogno di fiducia.



Ultimo aggiornamento: 02/04/09

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