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Oggi, per il pane, disamore e spreco

(14-21/01/2010) Antonio Lubrano

Una tarda estate di cinquant’anni fa a Zandwort in Olanda. Con il mio amico e collega Giacinto Spadetta entriamo di prima mattina in un bar per fare colazione: latte e caffè, marmellata e pane. Ci portano due fette di pane, di quelle quadrate: una a testa. Chiediamo ancora “bred” e il cameriere arriva con altre due fette. Non bastano. E allora giunge sul nostro tavolo un’intera confezione di pane a cassetta. L’esagerazione. Sorridendo il barista viene a chiederci: “Italians?”.  Al nostro sì commenta compiaciuto in un inglese stentato: “Italiani grandi mangiatori di pane, lo so perché sono stato in vacanza da voi”.
Chi glielo va a dire adesso a quel barista di Zandwort che non è più vero, che anzi gli italiani lo sprecano? La società che gestisce i rifiuti a Milano ha realizzato una indagine per conto dei panificatori della città è ha scoperto che nei sacchi della spazzatura ogni giorno finiscono dai 130 ai 150 quintali di pane. Un’altra fonte stima addirittura in 180 i quintali buttati in una giornata. Se si prendesse Milano come metro, lo spreco nazionale sarebbe di oltre 24mila tonnellate al mese.
Pare che sia economicamente poco conveniente grattugiare il pane avanzato. O regalarlo ai canili. Il pane, per darlo ai Fido, dev’essere mescolato ad altri alimenti e perciò occorrono persone che sappiano dosare la pappa e che, ovviamente, devono essere remunerate. Quindi… C’è chi come Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, ha proposto di tagliare il prezzo del pane dopo le 18, sarebbe più facile smaltire l’invenduto. Ma il fatto è che le idee più semplici talvolta stentano a trovare attuazione.
A cosa si può far risalire il progressivo disamore per il pane? Il benessere, ritengono alcuni studiosi del costume. Negli scioperi di un tempo e nelle manifestazioni di piazza sui cartelli era scritto “pane e lavoro”, uno slogan semplicissimo. Scomparso. Come la parola “padroni”. (Sembra che i padroni, ossia i capitalisti, non esistano più). In pane e lavoro c’era l’essenziale, la sopravvivenza. Dagli anni del boom economico in poi le migliorate condizioni di vita del paese hanno tolto al pane il suo valore simbolico. Si può dire che la fame, quella nera, sia scomparsa del tutto e dunque i gusti si sono evoluti, al pane abbiamo preferito i grissini e in trattoria ci  portano spesso un surrogato, la pizza bianca a tranci. Oggi, poi, dal fornaio siamo esigentissimi: c’è il tipo integrale, quello ai cereali, quello alle noci, alle olive, e poi bocconcini, rosette, filoncini, ciabatte... E ne mangiamo pochissimo perché è invalsa l’idea che il pane ingrassa. Fateci caso: se invitate un po’ di amici a cena, il cestino del pane resterà inviolato o quasi.
In certe regioni resiste l’abitudine del pane raffermo nelle zuppe. In Umbria, ad esempio, in Campania e, credo, nel Veneto. Non so se vale ancora il rito del bacio. Mia madre, prima di buttare una pagnotta secca di giorni, la baciava davanti a noi quattro figli. Perché il pane è sacro, diceva.



Ultimo aggiornamento: 04/02/10

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