Parli come noi, ma resti negra
una ragazza nata qui da genitori immigrati si sfoga: "al telefono sono tutti gentili poi, quando ti vedono, tutto cambia".
(8-15/10/2009)
Delia Vaccarello
Per i miei questo è il migliore dei mondi possibili. Loro sanno che ci sono i pregiudizi, li sentono sulla pelle. Ma non importa, li hanno messi in conto. Farci nascere in Italia è stato per loro il secondo dono enorme, dopo quello della vita. Ma noi siamo arrabbiati, la rabbia è diventata una compagna quotidiana, la rabbia per il permesso di soggiorno, per le “file per fare la fila” in questura. La rabbia che diventa un fiume di lacrime quando alla fine parli con qualcuno degli operatori. Il sollievo a tempo, quando stringi in mano il permesso per due anni. Sei libera solo per un po’, ma almeno puoi prendere un aereo e fare una follia con gli amici.
I miei non capiscono, per loro è già tanto che stiamo bene, che non ci manca nulla, per loro è fondamentale dire a chi è rimasto “a casa” che ce l’hanno fatta. Hanno lavorato sodo, nei ristoranti, nelle case dei ricchi, nelle imprese di pulizia, nelle fabbriche. Noi invece qui abbiamo studiato e, magari, come me e alcuni amici, frequentiamo anche l’università e andiamo alle manifestazioni, ci impegniamo per una legge che ci dia la cittadinanza per il fatto semplicissimo che siamo nati qui.
Quando vado alle manifestazioni mio padre si incavola. Lui dice che occorre lavorare e basta, dare il meglio di sé, far vedere chi sei. Poi tutti ti rispettano. Così lui potrà dire al fratello rimasto in Africa che ha una figlia dottoressa, una di quelle con il camice bianco. Quando i giornalisti ci intervistano, ad esempio, la prima domanda che fanno è questa: sei integrata? È assurdo. Siamo nati qui e ci chiedono se siamo integrati. E sembra quasi, quando ce lo chiedono, che vogliono capire se siamo ancora “stranieri” minacciosi, oppure se siamo buoni, assuefatti alle regole e al fatto di essere, in fondo, inferiori.
Come degli Ufo
Io sono nata in un quartiere della periferia di Roma, ma quando i media parlano di me e di noi, dicono “i nuovi italiani”. Nuovi? Che assurdità. È nuova la situazione in cui viviamo tutti nei condomini, nelle scuole, ovunque, ma per loro “vecchi italiani” non c’è nessuna novità, ci siamo noi, nati qui, che parliamo un italiano come gli altri, nel mio caso con inflessioni romanesche. Per la gente, siamo una specie di ufo, pelle nera e parlata uguale a quella loro.
Alle elementari, ad esempio, per un caso in tutta la classe eravamo solo due figli di immigrati. Ci hanno fatto sedere nello stesso banco: ci odiavamo. Per le maestre, però, era meglio così, secondo loro stando insieme avremmo potuto aiutarci. In realtà nessuno mi leva dalla mente che il nostro banco era per tutti “il banco dei negri”.
Oggi, per mia sorella è ancora peggio. L’anno scolastico è cominciato, e lei ha paura che ci sia qualcuno pronto a tirar fuori le idee leghiste delle classi per immigrati. Lo scorso anno il prof di storia la guardava in un certo modo e lei naturalmente faceva finta di niente. Ma a lui non andava giù. E aveva cominciato a darle voti bassi. Adesso teme che, ringalluzzito dalle idee delle classi separate, possa maltrattarla “sottilmente” ancora di più, tanto dalla sua ha una fetta di italiani che considerano gli immigrati gente da rinchiudere nei ghetti.
Quando io e mia sorella abbiamo raccontato questa cosa a mia madre, ci ha detto che siamo visionarie, che il professore ha abbassato il voto di storia perché mia sorella non è sempre pronta nelle interrogazioni. Poi però è andata a parlare con gli insegnanti. Io li capisco i miei, cercano di tenerci buone, sanno che possono saltarci i nervi e che rischiamo di peggiorare una situazione già difficile. Ma se loro hanno taciuto, faticando a testa bassa, noi non ci riusciamo.
E poi la sorpresa!
L’ultimo “caso”, ma roba da ridere, l’ho avuto chattando su Internet. In genere mi succede che quando chiamo in un posto per chiedere informazioni, in piscina oppure al videonoleggio, la gente parla con me tranquillamente. Appena mi presento e dico che sono quella che ha chiamato prima fanno un balzo, poi mi squadrano dalla testa ai piedi. Come faccio a essere nera e parlare come loro? In una chat di gente appassionata di musica ho legato con un tipo, e dopo il primo scambio di opinioni, siamo passati ad altro, dove vivi? Che sport ti piace? Hai il ragazzo?, banalità simili. Io sono stata al gioco, ho detto: adesso lo prendo in giro. Mi chiede una foto e io: “Che te ne fai della foto, vediamoci”.
Appuntamento davanti a un cinema multisala. Mi vede e anche se ho il cd in mano che serve per riconoscerci non capisce che sono io quella che sta aspettando. Lui è alto, biondo, occhi nocciola, scarpe costosissime. Mi avvicino: “Ciao sono io, Adanna”. Rosso come un peperone, si guarda in giro, crede che gli occhi di tutti si stiano posando su di noi. Gli dico due fesserie. E poi, esattamente dopo cinque minuti, lo lascio secco: arrivano i miei amici, ognuno con la pelle di colore diverso, qualcuno anche con gli occhi a mandorla. Ci fiondiamo in sala e lui resta come un baccalà all’ingresso. Terrore della coppia mista, eh?
La rete G2: cittadinanza
per le “seconde generazioni”
Si chiamano Rete G2, seconde generazioni. Hanno un sito aggiornatissimo (www.secondegenerazioni.it), un forum, hanno realizzato un fotoromanzo, curato una rubrica estiva in una rivista per giovani, sono contattabili su Facebook. Fanno una battaglia culturale per aprire gli schemi mentali di tanti italiani che non comprendono cosa voglia dire avere “un doppio sguardo”, quello che proviene dalle tradizioni dei genitori e l’altro, di giovani che hanno respirato la nostra cultura da subito. Sono impegnati per cambiare la legge sull’acquisizione della cittadinanza italiana per i figli dell’immigrazione in Italia. Hanno preso parte alla conferenza stampa di presentazione della proposta bipartisan di modifica della legge che prende nome dai suoi due primi firmatari, i deputati Granata (Pdl) e Sarubbi (Pd).
Il punto centrale della proposta di cambiamento è il diritto a essere cittadini del paese in cui si è nati. La proposta è firmata da 50 parlamentari di tutti gli schieramenti politici a eccezione della Lega. I deputati hanno detto: basta con la terra di mezzo, con il “non luogo” in cui si troverebbero per le nostre leggi tanti ragazzi nati in Italia. Non sono ospiti, ma gente che qui vive a casa propria. E i G2? Vogliono questa legge che dà la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia i cui genitori sono qui da qualche anno e che possa escogitare percorsi ad hoc per i bambini arrivati piccolissimi. Vogliono la legge da quando si sono riuniti in rete, nel 2005. Della proposta sono diventati “sponsor” i giovani della nazionale Under 15 di cricket che hanno vinto la coppa europea. In squadra ci sono solo tre “cittadini” italiani: gli altri sono bengalesi, indiani, cingalesi, inglesi e marocchini, nati e cresciuti in Italia, ancora in attesa della cittadinanza.
La legge non sarà, quando verrà approvata, un colpo di spugna sui pregiudizi. Il punto di vista dei genitori dei G2 ha la sua verità. I pregiudizi si sradicano vivendo in mezzo agli altri, con pazienza, dando il meglio, non perché si è immigrati, ma perché si è “persone” capaci di interagire e di portare civiltà.
La posta di Delia
Lo lasci andare,
è un suo diritto
“Gentile dottoressa, mio figlio è al terzo anno di un istituto per chimici. Noi siamo immigrati molto integrati: mio marito è medico, ma lavora anche in università. Io sono interprete. Sedici anni fa siamo partiti dal Marocco in aereo, non su un barcone, dopo che mio marito aveva ottenuto un importante incarico in un ateneo privato. Le nostre famiglie di provenienza sono benestanti. Successivamente ci hanno raggiunti i miei genitori e un fratello di mio marito. Marco, mio figlio, che parla solo italiano non ha ancora visto l’Africa, la terra dove è stato concepito, e non ci tiene nemmeno, o meglio non ci teneva. L’anno scorso dopo elementari e medie senza problemi relativamente al colore della sua pelle parallelamente al suo sviluppo fisico è divenuto oggetto di attenzioni da parte delle compagne di classe. Hanno cominciato a stuzzicarlo sulle dimensioni del pene e sulle abitudini sessuali degli africani, a invitarlo spesso a feste, a telefonargli, a corteggiarlo. A scuola è antipatico ai ragazzi ma è il più desiderato dalle ragazze che lo chiamano Sceicco o Principe per via degli occhi azzurri. Queste vicende lo hanno distratto dallo studio e hanno anche assunto un risvolto odioso: Marco si sente un animale in mostra, ed è in questo modo particolare che si è fatta strada in lui la convinzione di essere discriminato, soprattutto dopo che gli è sparito il cellulare, ha trovato tagli sullo zaino e ha saputo che le compagne spettegolano del suo sesso con il docente di educazione fisica che, a quanto pare, ridacchia con loro... Mio figlio ieri mi ha fatto un discorso preoccupante: è stanco, irritato, mi ha chiesto quando gli regaliamo un viaggio in Marocco. Io non voglio tornare laggiù, lui invece è sempre più attratto da questa prospettiva. Grazie, Afya”.
Gentile Afya la differenza tra lei e suo figlio è che lei ha scelto l’immigrazione, suo figlio no. La sensazione di essere un fenomeno da baraccone deve senz’altro dargli molto fastidio. È la faccia in ombra del nostro modo miope di guardare all’Altro. O disprezziamo oppure osanniamo. Rousseau parlò di buon selvaggio mettendo il segno positivo dinanzi a quelli che, dopo la scoperta dell’America, venivano assimilati ad “animali”, a gente comunque priva di cultura solo perché avevano usi, costumi, valori diversi dai loro. C’è anche un altro fenomeno, chi oggi viene esaltato, domani viene buttato giù per un nonnulla. Sono gli effetti della mancanza di relazione: se si guarda attraverso gli stereotipi, lo spessore di qualunque persona, la più profonda, scompare. Conoscere l’Africa potrebbe aiutare anche lui a decodificare alcuni pregiudizi. Lei non vuole tornare, ma Marco ha bisogno di scoprire il mondo che ha sentito attraverso le sue mani, il suo sguardo, chissà, la sua nostalgia. Lo lasci andare. È un suo diritto.
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Delia Vaccarello [vai all'articolo]
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(11-18/6/2009)
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Ci si parla "Via" sms per paura di parlarsi davvero e dei momenti forti. E un Messaggino "svogliato" può anche annunciare la fine di un amore.
(25/6-2/7/2009)
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La casa lasciata libera dai genitori, le festicciole con gli amici, la quasi convivenza con la fidanzata. poi arriva "lei". E tutto cambia.
(9-16/7/2009)
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"Aveva i tuoi occhi": la vista di una sconosciuta, al ristorante, fa erompere i ricordi di carezze mai date. E annulla la distanza generazionale.
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Ultimo aggiornamento: 09/10/09