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Preme la giustizia oppure l'ascolto?

(4-11/11/2010) Antonio Lubrano

Abbiamo esagerato. Tutti. La macabra storia di Avetrana - una vera e propria indagine in diretta televisiva con protagonisti i giudici e i soggetti coinvolti: il padre reo confesso, la figlia Sabrina, la madre Cosima, altri parenti, amici - ci fa capire che è stato sfondato il confine tra il reale e la finzione. Persino l’orrore per il delitto risulta oscurato dalla voglia smodata di visibilità. Siamo stati spettatori, talvolta involontari, di un vero e proprio reality televisivo e dobbiamo convenire che esso è frutto della dilagante influenza dei “Grande Fratello”.
La trasmissione “Mattina in famiglia” su RaiUno, nel suo dibattito del sabato, si è posta un problema etico: mettere tutto in piazza, interrogatori, verbali, dichiarazioni di sospettati o di inquirenti, aiuta la giustizia o l’indice di ascolto? La prima constatazione da fare, secondo me, è che i presunti o veri responsabili danno l’impressione di recitare. La Sabrina che forse ha aiutato il padre a uccidere Sarah Scazzi, si preoccupa di quel che si dice di lei in tivù. E vuole avere notizia dello share del programma al quale ha partecipato. È o non è il Grande Fratello che dalla finzione si trasferisce nella quotidianità?
La seconda è che l’onda appare inarrestabile: in Italia ci sono 640 emittenti tv locali, 3 canali pubblici e 5 canali privati (Mediaset più La7 più Sky), una miriade di quotidiani e settimanali. Come si può impedire all’esercito degli operatori di affrontare e discutere ogni lato della vicenda, quando si scopre che Avetrana moltiplica il numero di spettatori/lettori?
La constatazione, forse ormai inutile, che tutti abbiamo debordato ci fa rivalutare il passato, quando si osservavano regole non scritte che attingevano al buonsenso. Ricordo un caso di cronaca clamoroso: il delitto di via Caravaggio a Napoli. Furono ammazzati tre persone e un cane e i sospetti caddero su un nipote della vittima principale. Lo scrittore Carlo Bernari, nel suo romanzo “Il giorno degli assassinii”, dimostrò che in base alle risultanze dell’indagine quel nipote non poteva essere il colpevole. Per il Tg2 io realizzai un servizio speciale sul processo e, ricostruendo il percorso del presunto assassino, misi in evidenza la debolezza delle testimonianze. Ebbene, il direttore Ugo Zatterin mi fece tagliare la sequenza dell’esperimento perché poteva turbare la serenità di giudizio della Corte.
Altro problema: quale destino è riservato a chi subisce un’ingiustizia e non ha o non può avere visibilità in televisione? All’epoca di “Mi manda Lubrano” Beniamino Placido parlò “dell’ingiustizia della giustizia televisiva”. Un programma che riceve centinaia di storie di soprusi può dare spazio a due-tre casi al massimo ed è possibile che quei due-tre casi trovino una soluzione. Ma gli altri? Resteranno inevitabilmente nel limbo. Nasce dunque l’ennesimo dubbio: la televisione falsa la realtà di cui si occupa?




Ultimo aggiornamento: 05/11/10

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