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Spogliarmi? Non esiste proprio

L'incubo di un ragazzo durante la sosta al mare prevista nel programma del viaggio. (6-13/5/2010) Delia Vaccarello

Quando in classe hanno detto che forse avremmo fatto il bagno al mare mi ha preso un colpo. No, il mare no, e poi davanti a tutti quelli di scuola non se ne parla proprio. La gita sarebbe stata di cinque giorni pieni, due di viaggio, ma con qualche tappa, e tornando dalla Francia saremmo passati dalla Liguria. “Prof sarà aprile… se c’è bel tempo, ci facciamo il bagno!”, aveva detto Rossella, che già solo all’idea cominciava a urlare come un’anatra. “Ma dai, farà un freddo boia. Il 25 aprile dell’anno scorso ha grandinato”, ho detto subito io. Ma la prof sembrava tutta contenta dell’idea, e gli altri compagni pure. “Io il costume non me lo porto”, sentivo che diceva Fabrizio, uno alto, biondo, con i fianchi larghi. Già mi sentivo sollevato.
Intanto tiravo giù la maglietta, giù, sotto, sempre più sotto, non me ne rendevo conto ma stava diventando una specie di vestito. Doveva coprirmi, loro parlavano di spogliarsi, e io mi sentivo andare fuori di testa, già immaginavo una scusa per rinunciare all’intera vacanza, non solo al bagno al mare. Quando Fabrizio ha aggiunto: “vabbè se voi fate il bagno, e non ho il costume, vorrà a dire che vedrete le mie bellissime mutande”, mi sono proprio sentito male.
Ma come si fa a essere così? E io perché devo vivere questa cosa come se fosse una condanna a morte? Devo avere subito messo il muso perché la prof mi è venuta vicino e mi ha detto: “naturalmente al mare viene pure Mario, non è vero? Secondo me ti divertirai un sacco”. Io sono diventato rosso, i miei compagni hanno fatto come se la prof non avesse detto nulla, l’hanno ignorata, come ignorano me. Io non sono come loro, sempre con la battuta pronta, e soprattutto non sono magro come loro, quindi non esisto, è così semplice! Non si accorgeranno neanche che mancherò alla gita, tanto a loro non gliene importa.
Bruno però mentre gli altri mi trattavano come l’uomo invisibile è venuto vicino a chiedermi: “facciamo matematica insieme oggi pomeriggio? Vieni tu o vengo io?”. In quel momento mi si sono riempiti gli occhi di lacrime, allora mi sono messo a rovistare il diario, ho fatto finta di leggere gli impegni del pomeriggio, e poi gli ho detto: “Vieni tu, mia madre fa la crostata”.
Uno di loro

Bruno quel giorno era tutto nervoso, camminava come un burattino, era la prima volta che metteva i pantaloni sotto il sedere, cioè che li indossava scivolati come ormai dopo di lui hanno fatto tutti gli altri, ma quel giorno non so perché non ci riusciva, forse erano stretti, boh, insomma sembrava un pupazzo. Gli altri lo prendevano in giro però non come fanno con me, solo un poco. Lui è uno che piace, è sempre vestito alla moda, i capelli li tiene su con il gel, e ogni tanto porta anche il cappello. È uno di loro.
A casa il pomeriggio è stato tutto diverso. Quando siamo soli è un’altra cosa, quella volta mi ha detto che il padre gliele aveva suonate quando l’aveva visto con i pantaloni giù. “Allora ho deciso di portarli così per sempre. Che mi menasse, non mi importa”. Suo padre lo conosco, al lavoro è nello stesso reparto del mio. Si sono salvati dalla crisi perché sono tra i più vecchi in azienda e poi forse perché hanno capito l’aria che tira e si sono messi a votare per quelli che stanno andando su. Anche i nonni si conoscevano, tutt’e due meridionali. Chiaro. Per consolare Bruno gli ho dato mezza crostata, lui stava lì, mangiava e copiava i compiti di matematica da me. “Tanto se tu ne mangi meno, tua madre te la fa di nuovo no?”. “Non c’è problema”.
In gita ci hanno messi nella stessa camera. La prof voleva farmi dormire con Fabrizio e un altro, ma poi all’ultimo ha deciso di dare a me e a Bruno l’unica doppia rimasta. Meglio così. Il giorno che dovevamo andare al mare, ho detto che avevo mal di stomaco. Non potevo prendere freddo. Ho tirato fuori i bermuda militari e la maglietta più lunga che avevo. Bruno ha lasciato tutti a bocca aperta, non solo aveva i pantaloni stretti stretti e sotto i fianchi, ma anche una cintura con una fibbia enorme che aveva deciso di portare tutta scivolata a destra, e poi i capelli su, e la sacchettina di tela a tracolla. E gli occhiali da sole grandi e tartarugati. Ma non stava male, è un tipo, ci sa fare con la moda. Il pullman, di ritorno dalla Francia, ci ha scodellati in spiaggia. Le compagne sono impazzite, sono corse subito a cambiarsi al primo bar, e a riempirsi di crema: “il mareeeee, che ficooooooo”, urlavano. Bruno sembrava impazzito, girava tra i compagni a una velocità supersonica, e si fotografava con tutti. Poi la prof gli ha detto: “adesso cambiati e vai in acqua”. La giornata era stupenda. Lui prendeva tempo. “Vai, Bruno!”
 In quel momento Bruno è venuto da me, che stavo appollaiato sugli scogli vicino alla spiaggia, e cominciavo a sudare, e tiravo la maglietta sempre più sotto. “Mi tieni i pantaloni e la cintura?”, “Scordatelo…”. Ci siamo lanciati un’occhiata. Per un attimo l’ho scrutato dentro. Oddio! Ma che succede!
Il panico
Mi è sembrato così simile a me. Era nel panico. Lui quello sempre alla moda… Magro… Che cos’ha?
Ho capito. “Dammi i vestiti, va bene te li tengo”. Mi ha mollato i jeans, il cinturone, gli occhiali. La sacchettina di tela che porta a tracolla. È rimasto nudo per un secondo, poi si è messo il costume. Ha raggiunto gli altri. Non sembrava più Bruno. Mi ha fatto un effetto pazzesco. E dire che in camera l’avevo già visto in mutande. Sembravo io, cioè come sarei stato io se fossi magro. In mezzo agli altri era meno di uno qualunque. Un ragazzino tremante di freddo con i capelli bagnati. Un incapace. Allora con la mano libera, mentre con la sinistra tenevo giù la maglietta in modo che mi coprisse la pancia e il sedere, che gli altri non devono vedere, ho preso la sua sacchettina di tela. L’ho messa a tracolla. Sono rimasto così per un sacco di tempo, seduto sugli scogli a fissare il mare.

Un disamore

rivolto

verso se stessi  


Ci sono fragilità nascoste che portano a diventare grassi. In più, mangiare male, avere i genitori soprappeso, provare a fare diete drastiche, saltando i pasti o inducendo il vomito, possono essere strade che portano all’effetto opposto. Negli anni successivi si diventa ancora più grassi. La ciccia molto spesso è un sintomo.
Al di là del grasso poi, come se pancia e fianchi fossero un limite invalicabile, si disegna una mappa di relazioni sociali frustranti. I primi a “detestarsi” sono i grassi stessi, si vergognano, evitano di guardarsi, “barano” con se stessi, in ogni caso non si amano, l’isolamento dagli altri è successivo e conseguente. I compagni e le compagne si defilano, fuggono l’immagine inquietante di uno che ha litigato con il proprio io. Il fenomeno colpisce anche i maschi, per i quali l’essere alla moda è diventato fondamentale. In più sul ragazzo grasso si scatenano una serie di pregiudizi relativi alla lunghezza del pene che “sembra” più piccolo per un effetto ottico che esalta una certa sproporzione e perché il grasso lo “copre”. Tanti i motivi per cui vengono presi di mira, al punto tale che esistono anche gli “sfondi” per cellulare con le immagini dei ragazzi grassi. Ma la nostra storia ci mostra che il disagio di partenza può essere simile, che il “fighetto” e il grasso possono avere molti punti in comune, Anche se la reazione sociale è opposta: il primo è cercato dagli altri e anche imitato, il secondo è snobbato. Ci chiediamo: è meglio essere “difformi” o iperinseriti? Il disagio del ragazzo alla moda, che senza vestiti si sente “un verme”, è molto più nascosto. Sorprende. L’aggressività che viene messa in gioco per essere non solo come gli altri, ma sempre un tantino avanti, non può essere, come succede per il ragazzo grasso, una forma di “disamore” verso se stessi?
Ancora. Anche la diversità può diventare positiva, se i valori vengono ribaltati. “Grasso” può essere “bello”? Su facebook ci sono “I tre allegri ragazzi grassi” (che ricorda la band “Tre allegri ragazzi morti”). A postare commenti, a segnalare iniziative, a diffondere nel web battute e scherzi, sono “big pappa”, “x cena” e altri. Fanno festa il martedì grasso, odiano la palestra. Vanno pazzi per chi è almeno in “sovrappeso”.

la posta di Delia

Che fatica

essere prof

“Cara Delia, so che lei entra nelle classi come docente di una materia che affronta ‘identità’ e ‘rispetto’. Le parlo da prof esasperata o forse disperata, relitto umano... sono di ritorno dalla gita scolastica al mare con la mia classe di ‘grandi’ ma pur sempre di terza media inferiore e mi trovo a giurare che questa è stata l’ultima volta davvero. Mi illumina? Vorrei sapere perchè quest’anno oltre alle innumerevoli grandi e piccole occorrenze che conosco (controllare che non si mettano in pericolo e rispettino il luogo che li ospita, contarli, tenersi accanto il/la solitario/a, rintuzzare la curiosità dell’alunno che vuole carpirti un segreto e ti fa un po’ il filo o ti vorrebbe come mamma, dare la tua acqua all’assetato, trovare un assorbente per quella che diventa donna proprio in spiaggia durante la gita di fine anno), ho dovuto affrontare questioni di una sottigliezza che avrebbe voluto come accompagnatore non me ma lo psicologo Pietropolli Charmet. Esempio: il rapporto inscindibile tra il ‘figo’, firmato, con le catene d’oro, e tendenzialmente razzista e il meridionale che parla con un’inflessione dialettale. Chiusi nei propri abiti per motivi diversi, identico zimbello di tutti. Non trovo parole adatte per tanta sofferenza....  Anna Tiraboschi”
Gentile Anna, lei descrive la gita come un girone dell’inferno dantesco. Ci introduce alla fatica quotidiana dei prof, dandoci un assaggio del travaglio eccezionale. Come illuminarla? È lei che lo ha fatto. Il figlio del leghista e del “terrone” (sono anche io meridionale), hanno tanto in comune. Incontro sempre più spesso ex-meridionali neo-leghisti. La chiave sta nell’”ex”. C’è un’ansia terribile di sentirsi a posto, e il posto giusto è quello che gli altri ti assegnano. Che fine ha fatto l’orgoglio di essere se stessi? Gli adulti si sono impoveriti, cara prof. I ragazzi lo sentono.




Ultimo aggiornamento: 14/05/10

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