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Il Salvagente

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Vedere me stessa da un altrove

"Io morta clinicamente per 11 ore dopo un'operazione all'addome", dice Silvia. Poi le funzioni vitali e il cervello riprendono e lei ricorda come le sembrava di assistere soltanto a quello che le stava succedendo. E senza provare dolore. (5-12/2/2009)

A volte viviamo situazioni estreme, impensabili, ma se riusciamo a uscirne la vita ci appare come prima non l’avevamo vista mai. Io sono morta clinicamente per 11 ore, non è uno scherzo, né una cosa inventata per catturare l’attenzione. È successo. Un medico non ha capito che avevo una emorragia interna galoppante, e stavo per andarmene. È successo tutto in un pomeriggio di un anno fa. Ho l’addome teso e dolori fortissimi, mio padre mi porta dal medico di famiglia. La febbre comincia a salire, e subito viene fissata un’ecografia. Lo studio è sullo stesso pianerottolo di quello del mio medico, sono poco più di venti passi, ma faccio una fatica terribile a camminare. Mi accompagna mio padre. Aspettiamo nella sala d’attesa. La testa mi pesa. Non riesco a tenermi dritta sulla sedia, mio padre mi tiene come può. Le fitte alla pancia sono pugnali che mi impediscono di pensare. Le voci nella sala sembrano api impazzite. Mi chiamano. C’è un dottore che mi chiede se ho mai avuto dei rapporti: ecografia pelvica o transvaginale? Mi sento molto male, dico di no, non ho avuto rapporti, procedono. Mio padre rientra nella stanza. Sono seduta. Il dottore mi dice che non è nulla, che devo prendere alcune pillole e stare a riposo. Gli dico ancora che mi sento molto male. Lui insiste con le pillole (intanto sono terrorizzata, temo di dover subire un’operazione in quanto i dolori sono lancinanti) e dice che passerà, basta stare a riposo.
Il medico di famiglia ha lasciato lo studio. Mio padre gli dà appuntamento dinanzi alla farmacia, gli porta l’ecografia, gli mostra la ricetta con il farmaco. Sono seduta in macchina. Mentre mio padre parla sento il medico rispondere che non è molto convinto. È meglio risentirsi l’indomani. A casa mangio un po’ per prendere la pillola. Poi mi butto sul letto, ma mi gira la testa. Mia madre resta con me, mi sussurra: “Silvia, passerà tutto”, mi sento al sicuro. Riesco ad addormentarmi.

Una luce accecante

La mattina faccio per andare in bagno prima di prendere la seconda pillola e cado per terra. Sono incosciente eppure c’è una parte di me che osserva il mio corpo, che vede sia la mano sinistra con cui stringo la confezione di pillole, che la mano destra, da cui è sfuggito il cellulare. Lo tenevo stretto perché volevo mandare un messaggio al mio amore.
Non so cosa sta succedendo, ma è certo che osservo il mio corpo da fuori. Sono altrove ma presente. Dove sono? Non capisco. Quando riprendo conoscenza, non so quanto tempo è passato, afferro il telefono e chiamo mia madre. Accorre in un lampo e chiama il medico di famiglia, nei suoi occhi leggo una forte preoccupazione. Il  medico  fa venire un’ambulanza. Mi prelevano e mi portano al pronto soccorso.
In un attimo sono circondata da persone con camici bianchi e verdi. In poco tempo mi ritrovo in sala operatoria. L’anestesista mi parla, le parole sono sempre meno comprensibili. Una luce accecante illumina tutto. Sono sola. Apro gli occhi non so quante ore dopo. Mi portano nella mia stanza dove ci sono i miei genitori. Il medico arriva e mi spiega che mi hanno fatto una laparotomia, una incisione dell’addome. Nei giorni successivi peggioro, mi becco una brutta infezione. Una settimana dopo sono “clinicamente morta” per undici ore. Poi, a un tratto, le funzioni vitali riprendono, riprende il cervello. Non so come ne sono venuta fuori. Lentamente, molto lentamente. Ricordo che spesso mi sembrava di vedermi da fuori, di percepire un gran daffare vicino al mio corpo ma era come se “io” fossi altrove, e non provavo dolore. Poi ce l’ho fatta.

La scintilla

Sono “rinata”? Non lo so. Ho superato l’infezione, e il mio corpo ha cominciato a reagire prodigiosamente. So che da allora la mia vita è cambiata. Ci sono dettagli, piccole cose per me che ad altri sembrano enormi, di cui non mi curo più. Conservo quella sensazione preziosa di aver visto il mio corpo da fuori. Mi sembrava di essere leggera e forte, mi sentivo io, ma cosa chiamavo “io”? Tutto questo ancora mi appare incomprensibile. Quando sono ritornata ho intuito che siamo fatti di una miracolosa unità, che la mente si unisce al corpo e ci dà la sensazione di essere vivi, ma è più forte ciò che sopravvive e può distaccarsi da un corpo malato. Ho sentito una scintilla, quella stessa che oggi mi fa essere vicina alla gente, grata per tutto quello che ho, capace di lottare. Quella stessa che mi spinge a dedicare i miei vent’anni a studiare con passione per diventare insegnante.
Sono iscritta a Lettere, voglio aiutare gli altri a crescere, a farsi capire, perché non essere compresi è un bruttissimo fallimento. Forse la scintilla che ho sentito è il principio della vita, l’origine, l’amore di cui in fondo siamo fatti.

La psiche oltre i confini

della conoscenza


Succede più di quanto non si creda e si dica. Fino a un anno fa avevo ricevuto varie “confidenze” su esperienze extracorporee da amici, e da una studentessa che mi aveva scritto apposta per raccontarmi cosa le era capitato. Quando mi sono imbattuta nei libri di Brian Weiss ne ho capito molto di più. Nonostante i suoi testi si trovino in genere nelle librerie allineati nel settore “paranormale”, Brian Weiss è direttore del dipartimento di Psichiatria del Mount Sinai Medical Center di Miami, città dove vive. È un medico, con una vastissima esperienza clinica, che quasi trent’anni fa ha avuto un incontro in grado di rivoluzionare l’intera impostazione della sua vita professionale e non solo.
Curando una paziente di nome Catherine con l’ipnosi, terapia che si usa per provocare un profondo stato di rilassamento che acuisce la memoria, a un certo punto si imbatte nella rievocazione della sua paziente di vite vissute secoli addietro. Non vuole crederci, ma seduta dopo seduta l’evidenza della narrazione, affidata anche al registratore che permette di riascoltare, non lascia dubbi. La narrazione di vite passate restituisce al medico la certezza di una psiche - detta anche “anima” - che vive incarnandosi.
Nel frattempo la paziente migliora sorprendentemente, quasi fosse riuscita ad affrontare nodi problematici della sua vita annidati in un passato davvero remoto. Vincendo la ritrosia a parlare del caso, per timore di essere tacciato di ciarlatano, Weiss confronta i suoi studi con quelli di altri professionisti. Ne vien fuori che tantissimi pazienti parlano di vissuti extracorporei (si tratta comunque di esperienze limitate nel tempo, niente a che vedere con il caso di Eluana ridotta a una vita vegetale da anni).
Oggi Brian Weiss è ricercatissimo, i suoi seminari sono seguiti da centinaia di persone, ed è un autore di best seller. La sua è una sorta di estensione, molto all’avanguardia, della psicologia junghiana, che stimola la fiducia in quella parte dell’essere i cui confini vanno oltre l’io e la coscienza. Si tratta di un patrimonio cui attingere anche tramite i sogni e l’intuizione, capace di avere un effetto riequilibrante.
Scrive Weiss: “La cosa più importante è mantenere una mente aperta. Rendersi conto che la vita è qualcosa di più di quello che appare. La vita va oltre i nostri cinque sensi. Bisogna essere ricettivi a nuove esperienze e a nuove conoscenze”.

la posta di Delia

La volta che mio

figlio mi disse...


“Cara Delia, ‘mamma quando ero morto...’ così mi disse un giorno dopo uno sguardo intenso e un’espressione misteriosa e compunta mio figlio intorno ai quattro anni. Oggi D. ne ha quasi 22 di anni ed è un ragazzo dolce, silenzioso, pieno di energia, forte, che possiede una sua particolare calma e testardaggine. So che si è dimenticato di quella domanda o l’ha rimossa come tende a rimuovere ciò che è successo alla sua nascita... recentemente ne ho avuto conferma. D. è nato di sei mesi, dopo la rottura della placenta e dopo un intervento urgente in sala operatoria. Durante il ‘cesareo’ ho avuto un’esperienza extracorporea cioè ho percepito il distacco dal mio corpo di un’altra parte di me, che da inesperta potrei definire ‘la parte pensante’. I medici mi hanno riferito che ero stata a rischio di morire. Quanto al piccolo, ha completato la ‘gestazione’ in una pancia anomala, il reparto di patologia neonatale. Dopo la crisi respiratoria durante il parto D. è ‘morto’ altre due volte nel corso della degenza, in entrambi casi riportato in vita con rischio cerebrale... mentre nella mia camera a due letti - altro caso strano - moriva per davvero il piccolo della signora ricoverata per parto qualche ora prima di me. Alla dimissione i medici mi hanno detto che D. ‘era rimasto attaccato alla vita con una tenacia sorprendente’. Le chiedo cosa pensa dell’accaduto e se è bene che spinga D. a ricordarsi cosa intendeva raccontarmi e cosa ha visto quando ha pronunciato la fatidica frase. Grazie, Katia”.
Cara Katia, i bambini sono molto più ricettivi di noi, meno usi a razionalizzare e a diffidare delle sensazioni uniche. Il mondo che percorrono più tardi invece insegna troppo spesso a liquidare ciò che non ha spiegazioni causa-effetto o materialistiche. Suo figlio dunque tende a dimenticare, ma non era così quando era piccolo, quando cioè non era costretto a prendere atto del conflitto tra le sensazioni provate e l’opinione dominante che nega le esperienze quando appaiono incomprensibili. L’accaduto non mi sorprende, immagino anche che per lei debba essere stata, così come avvenuto per la protagonista della nostra storia, un’esperienza rivoluzionante. Resta una vicenda che lega lei e suo figlio in modo misterioso e speciale. Siete entrambi, e insieme, scampati alla morte. Io le consiglio di parlare a suo figlio non solo chiedendo cosa da piccolo voleva dirle e che per adesso sembra assopito.
Le consiglio di parlare di ciò che lei ha vissuto in prima persona, mentre lui prodigiosamente si riprendeva, di rievocare con lui cosa ha provato quando lei stessa ha visto “da fuori” entrambi lottare tra la vita e la morte. Ritrovi il tono, la “temperatura”, il significato di quegli attimi. Non aspetti che a ricordare per primo sia suo figlio. Credo che sentir parlare lei, affrancherà il suo ragazzo da un certo scetticismo che magari è subentrato e lo aiuterà a riappropriarsi di momenti fondamentali per la sua vita.




Ultimo aggiornamento: 05/02/09

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